Un confessionale anti-crimine

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In questo momento che ci tiene tutti protesi verso argomenti molto più prosaici, non avrei affrontato il problema del “segreto confessionale”, se non avessi letto su un quotidiano locale una notizia in base alla quale, in una città poco distante dalla nostra, un sacerdote ha lanciato una proposta a dir poco rivoluzionaria: aiutare le vittime della criminalità organizzata, vittime di estorsioni, usura ecc., avvalendosi delle confessioni delle stesse per denunciare alle Forze dell’Ordine, anonimamente, i nominativi dei delinquenti, lasciando nell’anonimato le vittime.

Non so se la cosa potrà funzionare, ma in queste nostre zone (belle ma sfortunate, oggetto di azioni criminali continue e costanti che fanno sentire le vittime come imprigionate in una corazza inscalfibile, spesso abbandonate a se stesse anche dalla Forze dell’ordine che, per una serie di motivi, talvolta sembrano insensibili a segnalazioni e denunce, “complice” anche una Magistratura che si muove con la lentezza del pachiderma) qualcosa di nuovo deve pure essere inventata per dare aiuto, non solo morale, ai tanti che subiscono le violenze.

L’idea del Sacerdote è semplice: la vittima  “confessa” l’azione e indica l’estorsore o l’usuraio, il Confessore indica alle FF. OO. il nominativo del delinquente, e il tutto dovrebbe poi proseguire d’iniziativa delle stesse: un modo per denunciare il peccato, ma non il peccatore.

In questo modo la Chiesa, che come predica Papa Francesco deve essere un «ospedale da campo» per gli oppressi, assume un ruolo attivo nella difesa dei deboli anche in questo settore. “Chi non ha il coraggio di presentarsi dai carabinieri – esorta il sacerdote – vada da un sacerdote fidato, racconti l’angheria che subisce e faccia il nome dell’oppressore; il sacerdote avviserà i Carabinieri e nessuno potrà chiedere all’uomo di Chiesa chi l’ha informato”. Ed il sacerdote non tradirebbe il segreto del confessionale. Non riferirebbe, infatti, un peccato ma una circostanza della quale viene a conoscenza.

Potrebbe essere l’uovo di Colombo? Chi sa.

Tutti i cattolici sanno che il “segreto confessionale”, più propriamente denominato “Sigillo sacramentale”, è inviolabile in quanto così prescrive la Chiesa.

Non è sempre stato così in quanto nell’antichità la confessione era pubblica; i fedeli pubblicamente confessavano i loro peccati, e pubblicamente venivano assolti ed espiavano la penitenza; non esistevano i confessionali, entrati in vigore in epoca relativamente recente: in Italia fu il Cardinale Carlo Borromeo (XVI secolo) a introdurli nella diocesi di Milano, indicandone anche la forma.

Quando venne introdotta la regola del “segreto” ciascuna Chiesa si diede una sua regolamentazione; per cui troviamo che la Chiesa ortodossa, fin dall’antichità, osserva rigidamente il “segreto”, tant’è che ha addirittura un martire di tale obbligo, Giovanni Nepomuceno che, imprigionato e torturato da Venceslao IV, re di Boemia e imperatore del Sacro Romano Impero, che voleva estorcergli ciò che la sua sposa Giovanna di Baviera gli aveva rivelato in confessione, si rivelò inflessibile e venne annegato nel fiume Moldava il 20 marzo 1393: fu canonizzato da papa Benedetto XIII nel 1729.

Durante i primi secoli della cristianità, la confessione dei peccati era comunque segreta, e al segreto era tenuto il confessore, ma prevedeva una penitenza pubblica.

Il Catechismo della Chiesa cattolica prescrive che il Confessore è vincolato da segreto assoluto, sia per i peccati confessati, sia per tutto ciò di cui viene a conoscenza, anche fuori della confessione, sulla vita del penitente e il Diritto Canonico precisa che il segreto è sempre inviolabile e proibisce al Confessore di fare uso di ciò che nel segreto ha appreso, e la violazione comporta per il confessore pene gravi, fino alla scomunica.

Nel protestantesimo la Confessione non è riconosciuta come sacramento. Pertanto le singole comunità ecclesiastiche hanno adottato tale pratica in modi molto diversi nel corso dei secoli, talora rendendola facoltativa o escludendola dalla propria dottrina.

Nelle comunità anglicane, la confessione è un atto confidenziale. Il Codice del 1603, corrispondente alla legge canonica cristiana, stabilisce che il ministro a cui vengono confessati peccati segreti non li deve mai rivelare, ma viene fatta una eccezione per crimini che, secondo le leggi dello stato, possono mettere in pericolo la sua stessa vita per averli nascosti.

Nel Luteranesimo il Piccolo Catechismo prescrive che il pastore è obbligato a non rivelare a nessuno i peccati a lui rivelati in confessione privata.

Nelle Chiese Orientali la violazione diretta del segreto comporta la scomunica, mentre la violazione indiretta da parte del confessore comporta una pena inferiore; viene considerata violazione anche l’azione di chi cerca di avere notizie dalla confessione altrui.

Come si vede, sia pure con qualche differenza, tutte le confessioni religiose prevedono il segreto della confessione, probabilmente però quella cristiana è la più rigida, anche se c’è da dire che, da qualche tempo, sembra che le maglie rigide si stiano allentando; infatti c’è un orientamento in base al quale se qualcuno confessa di aver subito una violenza o un torto, e questo viene a conoscenza del Magistrato, quest’ultimo potrà interrogare il sacerdote chiedendo che riveli quello che egli ha saputo, e se non lo fa potrà essere perseguito per falsa testimonianza o per intralcio alla giustizia.

Anche una recente sentenza della Corte di Cassazione, VI Sezione penale, la numero 6912 del 2017 ha stabilito, infatti, che se un fedele ha subito un reato od un abuso, questi non possono rientrare nel segreto confessionale poiché non si tratta di peccati.

Una sottigliezza che se da un lato fa comprendere come tutto si stia laicizzando, dall’altro pone un fondamento di chiarezza che non potrà che essere di aiuto in tanti casi  finora irrisolvibili.

Ma non posso concludere senza ricordare un celebre film del 1953, del regista Alfred Hitchcock, interpretato, tra gli altri, da Montgomery Clift nel ruolo di un sacerdote al quale un assassino aveva confessato il suo delitto, per il quale lo stesso sacerdote era sospettato, ma che non aveva potuto dimostrare la sua innocenza proprio per non venir meno al vincolo sacramentale del segreto, che lo porterà alla morte.

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