Tre lezioni da Gaza

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Parafrasando Bauman, il mondo è liquido ma anche la mente degli uomini che lo osservano, lo è. Gli eventi, indipendentemente dalla loro rilevanza, scivolano ben presto in uno stato di dimenticanza.

Tuttavia, ci sonoframmenti che hanno il pregio di farsi promotori di significato, soprattutto in termini di visione e intervento nella realtà.

Circa un mese fa, riprendeva il conflitto, mai spento, tra Hamas e Israele: la situazione più complessa della nostra contemporaneità.

Alla luce delle conseguenze individuali e collettive, questa complessità ci offre l’occasione per formulare alcune riflessioni.

Innanzitutto, il riprendere del conflitto, nelle modalità cruente e disumane che abbiamo visto, ci dimostra che – tuttavia – il covid-19 non è il problema, unico, dell’umanità.Quell’euforia di collaborazione e di altruismo, molto decantata durante le fasi più nere della pandemia, sembra infrangersi contro la volontà di distruzione e annientamento che è venuta fuori dal conflitto di Gaza.

In secondo luogo, dal conflitto emergeun quasi totale disinteresse nei confronti delle vite umane in gioco. Il confronto militare è una cosa, lo scontro che colpisce la popolazione civile dell’una e dell’altra parte è un qualcosa di differente. La considerazione della vita umana è stata degradata, in maniera talmente evidente da far apparire gli attuali strumenti internazionali non efficaci o comunque non sufficienti.

In terzo luogo, questo conflitto ha, ancora una vota, dato fiato alle trombe dello “scontro di civiltà” secondo cui è “fisiologico” che, prima o poi, tradizioni culturali e religiose differenti giungano allo scontro.Ma, nella realtà, le guerre non sono fatte dalle religioni ma dagli esseri umani – presunti razionali – che, talvolta, le utilizzano come base emotiva.

In sostanza, ciò che questo conflitto ha fatto emergere è che il problema fondamentale non è, unicamente, quello di sconfiggere la pandemia quanto, soprattutto, come possiamo (e dobbiamo) sviluppare forme di collaborazione capaci di evitare (o almeno limitare) distruzione e annientamento.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, il Presidente americano Wilson fu tra gli ispiratori della “Società delle Nazioni”, un sistema sovranazionale di pacifica risoluzione delle conflittualità. Dopo pochi anni, questo progetto fu considerato fallimentare e “troppo idealista”. Ma, a ben vedere, si trattava di uno strumento che aveva un fine molto concreto: evitare la guerra e il confronto armato tra gli stati per limitare le perdite umane e le sofferenze. Fallito il progetto, infatti, a distanza di poco tempo – nel 1939 – è scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, uno dei conflitti più violenti e devastanti di tutta la storia umana.

La Storia, dunque, non si ripete ma può esser maestra di vita.

Le sfide che attualmente abbiamo davanti, tra cui quella del cambiamento climatico e del miglioramento della qualità della nostra vita, sono troppo vaste per esser affrontate in maniera singola e autarchica.

Allo stesso modo non bastano gli entusiasmi trionfalisti che vedono nelle nuove tecnologie la soluzione a tutti i nostri problemi di comprensione e di dialogo globale.

In maniera sempre crescente si rivela la necessità di sostenere, a tutti i livelli istituzionali e civili, lo sviluppo di formule di collaborazione e di pacifica risoluzione delle conflittualità.

La guerra ci rende ben evidente, ogni momento in cui essa accade, che non c’è alcuna distanza tra l’uomo delle caverne e la nostra età contemporanea.

In discussione non c’è soltanto la stabilità per una zona del pianeta ma un qualcosa di ben più grande e rilevante.

La possibilità di esistere e di evolvere in quanto esseri umani.

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