Taglio parlamentari e ravvedimenti del giorno dopo

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Aula Montecitorio (foto tratta dal profilo Fb del presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico)

Il taglio dei parlamentari è stato una bandiera pentastellata più sventolata da Luigi Di Maio. Gli va dato atto dell’ostinazione posta in essere (più che per il no alla TAV) fino all’approvazione definitiva della relativa proposta: prima con il consenso convinto della Lega e poi con l’aggiunta nell’ultima lettura di un PD dilaniato.

Una riforma salutata come storica nelle parole di esultanza dei grillini e che, viceversa, “fa schifo” per il dem Matteo Orfini che l’ha pure votata per disciplina di partito e “senza entusiasmo” anche da parte della sua collega Debora Serracchiani.

Anche se Di Maio la racconta come una questione di riduzione dei costi della rappresentanza politica o della casta, come preferisce dire, per completezza di informazione non si può non riconoscergli il merito di avere portato in porto un pezzo di riforma della più vasta revisione costituzionale dibattuta per circa mezzo secolo e stroncata da referendum nella versione proposta dal centrodestra nel 2006 ed in quella del centrosinistra nel 2016.

Nell’uno e nell’altro caso la riduzione dei parlamentari era contemplata in un contesto di superamento del bicameralismo paritario. In entrambe le bocciature hanno pesato di più, rispetto ai contenuti, l’antiberlusconismo e l’antirenzismo. Anche la proposta di riforma appena approvata dalla Camera dei Deputati è soggetta a referendum per il quale si è costituito un comitato bipartisan di Senatori. Ne aveva preannunziato la promozione per la raccolta delle firme ancor prima del voto finale un altro esponente del PD, Roberto Giacchetti che con il suo “si” ha contribuito a farla divenire legge.

Questi comportamenti dem sopra riportati, apparentemente schizofrenici, mettono a nudo il travaglio di chi ha un vissuto politico di valori incompatibile con l’esultanza dei promotori di una iniziativa che riduce la dignità e la funzione della rappresentanza ad una semplice questione di costi e di sprechi del denaro pubblico.

É passato il messaggio pentastellato da stadio “chi non taglia contro il popolo è” e, come una sorta di anatema “chi non vota con me peste lo colga”, si è consumato nell’aula di Montecitorio un rito emotivo di massa, caricato dal timore delle contestazioni fuori dal Palazzo, su un provvedimento inattuabile se non è sorretto da altri che ne completano l’azione riformatrice.

Dunque monco e non prioritario. Succede quando la propaganda prevale sulla razionalità della politica: è accaduto anche nel 1993 quando sull’onda di tangentopoli si  è proceduto alla riduzione dell’immunità parlamentare. Nonostante le promesse di dare corso alla redazione di una nuova legge elettorale ed all’aggiornamento dei regolamenti di Camera e Senato si capiscono i ravvedimenti dei malpancisti del giorno dopo ed i malesseri interni al PD costretto sul caso specifico a subire l’agenda parlamentare imposta da Di Maio ed accettata da Nicola Zingaretti. Dietro questa intesa, secondo le dichiarazioni rese alla Camera da Vittorio Sgarbi, si sarebbe consumato un “voto di scambio” al fine di mantenere in vita la legislatura e di allungare i tempi di permanenza a Palazzo Chigi del Governo Conte bis.

Nel primo caso a determinarne la scadenza è l’attivazione delle procedure connesse alla riduzione dei parlamentari; nel secondo caso saranno i risultati delle elezioni in Umbria a ridefinire gli equilibri interni all’esecutivo, a seconda dei rapporti di forza usciti dalle urne tra M5S e PD, a prescindere dall’esito della competizione con il centrodestra.

Resta aperta l’ipotesi della terza materia di scambio a favore di un tema corroborante per il sentimento del popolo dem a compensazione dello show grillino allestito in Piazza Montecitorio sul taglio delle poltrone.

“Ma non é una cosa seria” direbbe un pirandelliano: è la politica politicante a dettarne le recite più o meno a soggetto. Salvo a fare i conti con un eventuale tsunami referendario capace di cambiare attori e scenari, così come è accaduto nelle precedenti stagioni. A partire da quella del 1993 che ha segnato il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica ed a seguire le citate del 2006 e del 2016.

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