Salvo giravolte, ci sono i tempi per una rivoluzione culturale politica

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La svolta di Governo che c’è stata a Palazzo Chigi mette alla prova sia la maggioranza che la sostiene in Parlamento e sia le opposizioni che ne contrastano o ne vigilano il cammino.

Nel primo caso è preminente la tenuta della coalizione FdI, FI e Lega su opzioni e temi delle rispettive identità, mentre per PD, M5S ed Azione/IV si tratta di assumere nuove posture alternative credibili per recuperare fiducia e consensi perduti o sospesi.

Quest’ultime tre formazioni non costituiscono cartello: le loro posizioni sono diversificate nei confronti dell’indirizzo politico del Governo e sono anche contrastanti rispetto a tematiche di politica estera, sviluppo e riforme. Su queste materie, aggiunte ad altre, non mancano disarmonie anche fra le componenti della compagine governativa.

Da questa piattaforma parlamentare parte la legislatura appena iniziata. Sarà una sfida anche per la conduzione al femminile del compagine governativa presieduta da Giorgia Meloni, alla quale  Papa Francesco ha augurato “il meglio” auspicando spirito di collaborazione, anche su basi critiche, “perché l’Italia ha già cambiato troppi Governi”.

La stabilità è motivo e fonte di credenziali presso le cancellerie ed anche carta di credito per rassicurare investitori ed operatori dei mercati per i quali conta più dei colori degli attori che si alternano sulla scena politica: mancante nelle ultime due legislature, il risultato del 25 settembre ne ha configurato i presupposti di durata e sostenibilità perché le opposizioni non hanno i numeri e neanche una comune piattaforma per cimentarsi in ribaltoni. Se inciampi Giorgia Meloni è costretta ad affrontare, essi riguardano il protagonismo debordante di Silvio Berlusconi e di Matteo Salvini e, soprattutto, le difficoltà di saldatura tra amministrazione ed atti di governo nei cui confronti potrebbero aver gioco resistenze passive dagli apparati burocratici culturalmente legati ad un  establishment politico diverso, se non ostile, consolidatosi, nel tempo, nelle strutture istituzionali.

Altri più rumorosi se ne possono intravedere nelle mobilitazioni delle piazze, alcune motivate da oggettive situazioni di disagio sociale, altre attizzate da antagonismo ideologico. Ma non sono da escludersi anche insidie a sfondo giudiziario e/o finanziario.

E non si tratta di farneticanti supposizioni, ma di una casistica che ha precedenti storici di sospensione della dialettica politica democratica, segnatamente, in occasione delle crisi che hanno investito il primo ed ultimo esperimento governativo di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi: maturate al di fuori delle istituzioni elettive, in entrambi i casi ne hanno tratto vantaggio soluzioni di centrosinistra.

Nell’attuale contesto non sono configurabili replay non tanto per insufficienza di aritmetica parlamentare quanto per lo smarrimento di identità del PD, espressione ed erede di forze politiche storicamente alternative al centrodestra. Surclassato dai gradimenti riscossi dalla destra di FdI, la sua voce ha corso sulle corde di una élite che ha mostrato di avere poco ascolto nel tradizionale elettorato di sinistra conteso nei ceti popolari dal M5S condotto da Giuseppe Conte ed in quelli di estrazione borghese dal duo Calenda/Renzi.

Ora, in questa area ci sono più voci che idee, sintomi e segnali di una questione di rigenerazione politica in chiave di attualità ed investe, soprattutto, l’universo della sinistra progressista che si riconosce nel PD la cui offerta si è rivelata distante o non aggiornata nell’interpretazione della realtà delle emarginazioni e dei nuovi bisogni, mentre i suoi maitre ‘a penser preferivano attardarsi nell’agitazione di fantasmi e simboli di una destra, a loro dire, nostalgica e reazionaria.

Sul punto l’ascesa della leader di FdI, Giorgia Meloni, alla conduzione del Governo della Nazione, legittimata dal voto popolare ed accolta con favore nelle cancellerie europee, segna una svolta epocale di cultura politica e può rivelarsi di stimolo anche per un ripensamento generazionale dell’identità di altri soggetti, in specie il PD in fase di rifondazione, nell’ambito di un compiuto pensiero liberale dell’alternanza, mancante nella prima Repubblica, abbozzato ed abbandonato nella seconda esperienza repubblicana.

Ci sono i tempi in una legislatura per implementare le opportune riforme costituzionali per uscire dalla pratica del consociativismo parlamentare e della giravolta elettorale del mandato.

Utopia o realismo? Certamente si prospetta come una rivoluzione culturale nel rendere le narrazioni politiche.

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