Omelie e papa Francesco

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foto Angelo Tortorella

A mio giudizio la grandezza Papa Francesco non sta tanto nell’intercettare i problemi, le esigenze, le aspettative degli uomini: tutte le persone sensibili avvertono i problemi degli altri e, chi più, chi meno, se ne fa carico e ciascuno, se sensibile, nel suo piccolo cerca di fare ciò che può per risolverli e per alleviare i disagi e le sofferenze degli altri.

La grandezza di Papa Francesco, sta nel fatto che li denuncia con un linguaggio e che è inconsueto in un’altissima Autorità quale quella del Papa; lo ha dimostrato in tante occasioni e anche recentemente a proposito del biotestamento e del fine vita: su questo argomento anche i Pontefici precedenti erano intervenuti esprimendo gli stessi concetti, ma senza la forza espressiva di Papa Francesco, grazie alla quale finalmente i parlamentari hanno trovato “il coraggio” di fare una legge chiara, immediatamente applicata.

Quache giorno addietro Papa Francesco è intervenuto su un argomento meno importante ma certamente sentito dai fedeli che rispettano il precetto festivo di assistere alla Santa Messa, e che talvolta provano disagio per le  omelie, quasi sempre lunghe, ripetitive e, mi sia consentito, inutili se non dannose.

Papa Francesco dice che l’omelia deve essere prima di tutto breve, poi ben preparata e non improvvisata come tanti celebranti fanno e, aggiungerei, fatta con fervore, con passione, tali da scuotere i fedeli, punzecchiarli, farli riflettere.

Quante volte ascoltiamo omelie che sembrano fatte per una specie di obbligo protocollare, che vengono portate avanti senza che il predicatore mostri un interesse a spiegare la parola di Dio, le Sacre scritture, senza passione, tant’è che tante volte sembra parlare solo a se stesso.

Quante volte il predicatore non fa altro che ripetere con parole sue quello che pochi istanti prima ha letto come brani delle Sacre Scritture e del Vangelo: in queste numerose occasioni ho pensato che sarebbe stato meglio saltarle, e magari rileggere i brani che il predicatore faceva i giochi di prestigio a voler spiegare.

Nella mia lunga vita cristiana e di frequentatore delle funzioni religiose non ho memoria di molti predicatori che argomentavano in maniera da suscitare l’interesse dei fedeli e le cui omelie avrebbero potuto durare a lungo senza stancare gli ascoltatori; di omelie che penetravano nelle coscienze, stimolavano la riflessione, magari facevano soffrire, ma penetravano nel cuore.

Ricordo eccellenti predicatori, solitamentefrati francescani, i quali, più che predicare, sul pulpito recitavano e le loro parole facevano venire i brividi; questo è il fine che dovrebbe proporsi un predicatore.

A cosa serve una omelia se non a mettere te, la tua vita, il tuo operato al confronto con i precetti e le leggi della Chiesa, in una specie di un approfondito esame di coscienza che vada molto al di là della preghiera penitenziale del “Confiteor” ?

Questo finalmente ora evidenzia Papa Francesco; chi predica deve suscitare l’interesse degli ascoltatori, deve metterli sotto torchio, deve costringerli a riflettere, deve avvicinarli a Dio attraverso l’esame delle loro azioni, stimolato proprio dall’ omelia.

Ricordo un parroco, che qualche decennio fa ha retto la Parrocchia centrale di una località marina che frequento nel periodo estivo e non solo; in occasione delle festività assistere alla celebrazione della Santa Messa era qualcosa di veramente coinvolgente; il Parroco, prima della celebrazione, accoglieva i fedeli sul sagrato della Chiesa, e alla fine della Santa Messa, sullo stesso sagrato li salutava uno ad uno; la sua celebrazione non era qualcosa di distaccato tra celebrante e fedeli, ma un rito globale al quale i fedeli partecipavano, per amore o per forza, giacché egli notava le distrazioni, o qualche accenno di noia o insofferenza, e immediatamente interveniva dall’altare per richiamare, stimolare alla partecipazione, esortare alla non distrazione; talvolta nelle giornate di calura, c’era chi, munito di ventaglio, accennava ad usarlo: e prontamente il celebrante evidenziava tale insofferenza e, sia pure in maniera anonima, la stroncava.

E le sue omelie erano essenziali, brevi ma penetranti, mai banali, talvolta irritanti, ma sempre efficaci giacché mettevano a nudo l’anima dei fedeli in un continuo confronto tra ciò che si fa e ciò che un cristiano dovrebbe fare.

Probabilmente quel Parroco seguiva una tradizione oratoria che nel tempo è andata  perduta e alla quale oggi Papa Francesco indirizza.

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