Marianna Manduca e lo Stato canaglia

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foto tratta dal sito ufficiale del Comune di Palagonia

Ci vuole davvero un bel coraggio a sostenere che le sentenze si rispettano, si eseguono e non si commentano, specialmente quando esse negano uno dei diritti fondamentali che debbono (dovrebbero) regolare la umana convivenza, basato sulla solidarietà, che tra gli uomini esiste, ma che sembra non esistere tra le Istituzioni nei confronti dei cittadini, specialmente quelli più deboli.

La locuzione “le sentenze si rispettano e non si commentano” l’abbiamo ascoltata migliaia di volte da parte di tanti personaggi, per lo più politici e pseudo tali, che si riempiono la bocca con queste roboanti parole, magari in cuor loro maledicendo i Magistrati che li inquisiscono, li mandano a processo, magari li condannano, facendo così buon viso a cattivo gioco, nel tentativo di crearsi una verginità istituzionale ed una immagine di Statista che spesso mal si adatta a taluni di essi.

E questo coraggio bisogna imporselo specialmente quando si viene a conoscenza di sentenze come quella emessa dalla Corte di appello di Messina per il caso dell’omicidio di Marianna Maduca, la trentaduenne di Palagonia (Ct) che il 3 ottobre 2007 venne  uccisa, sarebbe meglio dire massacrata, a coltellate dal marito Saverio Nolfo che poi venne  condannato a 21.anni di carcere.

Un femminicidio che, considerata l’inflazione di tale reato, non farebbe probabilmente notizia se non fosse per una particolarità, vale a dire le dodici denuncia che la vittima aveva fatto alle forze di polizia e ai magistrati, tutte purtroppo inutili, tant’è che la vicenda ebbe l’epilogo che abbiamo detto.

Fu proprio questo antefatto, vale a dire le dodici denunce inascoltate, che indusse i giudici del Tribunale di primo grado a ritenere responsabili proprio le forze dell’ordine e i magistrati di Caltagirone di non aver fatto quanto potevano per evitare quel delitto e condannò lo Stato a risarcire i tre figli minori, anch’essi vittime di quell’omicidio che proprio lo Stato non era stato in grado di impedire; risarcimento che ad oggi ammonta a circa 300.mila euro, somma della  quale oggi viene chiesto il rimborso

Infatti la sentenza di appello nega tutto, annulla la sentenza precedente e induce la presidenza del Consiglio dei ministri a chiedere ai figli, tre poveri ragazzi ancora minorenni che dopo essersi visti portare via l’amore della madre oggi si vedono revocato quel risarcimento economico che rappresenta una luce di speranza per il loro futuro.

In pratica lo Stato, e per essi i magistrati dell’appello, non solo ammette la totale sua sconfitta per non essere in grado di proteggere la vita di una povera donna condannata a morte dal marito violento, ma sostiene che, vista la impossibilità di proteggerla dall’omicidio, nessuno è responsabile per tale situazione e per questo motivo i figli non hanno diritto ad alcun risarcimento: una conseguenza logica pazzesca.

Indubbiamente una vittoria per gli avvocati dello Stato che con la loro “brillante” teoria, accolta dai giudici, hanno non solo sottratto a quei tre bambini la possibilità di costruirsi un futuro, ma hanno anche sancito che lo Stato, quando è nella impossibilità di proteggere un cittadino, non può essere né sanzionato né condannato al risarcimento.

Da questa vicenda tutti escono sconfitti: i magistrati che hanno emesso la sentenza, gli avvocati che hanno costruito le motivazioni sulle basi delle quali i magistrati hanno sentenziato, i precedenti magistrati e le forze di polizia che non seppero proteggere la vittima designata, in sostanza tutto lo Stato italiano che lascia i più deboli in balia dei violenti, abbassando ancora di più quella soglia di credibilità che è già ai livelli minimi, e inducendo il cittadino a scegliere sistemi di difesa alternativi visto che polizia e magistrati, nonostante i loro poteri, non riescono a difenderli.

A nostro avviso siamo in presenza di una sentenza non commentabile, emessa da magistrati non adeguatamente definibili con un aggettivo, e di forze di polizia non all’altezza del loro ruolo. E in questo caso non si possono accusare le leggi, notoriamente ingarbugliate e tante volte inapplicabili, in quanto le stesse, nel caso specifico, sembrano non avere avuto alcun ruolo, atteso che è stata solo la mancanza di volontà, l’indolenza, l’infingardaggine di magistrati e polizia a consentire quel delitto

Ci auguriamo che chi di competenza intervenga per effettuare tutte le verifiche necessarie: il Ministero di Grazia e Giustizia e il Consiglio Superiore della Magistratura per l’accertamento delle eventuali responsabilità dei magistrati e il Ministero dell’interno, e i massimi organi di polizia e carabinieri per quelle dei militi.

Il precedente Capo del Governo, Paolo Gentiloni, con una nota ufficiale del 2 agosto 2017, aveva chiesto all’Avvocatura dello Stato di valutare ogni possibile soluzione, compresa la ricerca di una definizione consensuale della vicenda giudiziaria di Marianna (…), fino ad arrivare alla ipotesi della desistenza da qualsiasi azione giudiziaria.

Vedremo se l’attuale “governo del cambiamento”, come ama definirsi, e l’attuale premier, che si autodefinì “difensore del popolo”, sapranno fare quant’è in loro potere per evitare di porre in atto una simile vergogna.

1 commento

  1. 25.03.2019 – By Nino Maiorino – Per non allungare eccessivamente l’articolo ho volutamente omesso alcune considerazioni che, ribollendomi ancora il sangue per questa enorme ingiustizia, desidero fare. 1) I Magistrati destinatari delle numerose denunce della povera vittima hanno mille strumenti per bloccare un violento molestatore; dire che all’epoca non esisteva la legge sullo stalking è solo un pretesto per giustificare la loro infingardaggine. 2) I poliziotti e i Carabinieri hanno centomila sistemi per mettere con le spalle al muro un violento, molestatore e possibile assassino: basta marcarlo stretto, non lasciargli scampo, metterlo in croce con continui controlli, perquisizioni, trasferimenti in caserma, poi rilasci, poi di nuovo traferimenti, magari minacce (verbali, per carità); se non l’hanno fatto è perchè non hanno voluto considerare l’aspetto umano della vicenda e hanno fatto finta (ripeto, fatto finta) di non comprendere i rischi che correva Marianna. Comunque il comportamento di entrambi è ingiustificabile, verrebbe voglia di individuarli uno ad uno e andar a chiedere loro, singolarmente, se la vittima fosse stata una loro figlia o sorella, come si sarebbero comportati. Ultima considerazione: una nuova inchiesta contro Magistrati e poliziotti non sarebbe auspicabile? I parenti di Cucchi con la loro perseveranza, che taluni ritengono esagerata, hanno ottenuto la riapertura delle indagini e la condanna anche di altri graduati dei Carabinieri. C’è qualcuno che ha il coraggio di fare la stessa cosa per il caso della povera Marianna?

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