M5S e PD: operazione di “verità”

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Luigi Di Maio (foto tratta da profilo Fb)

Sull’ipotesi di un accordo di Governo tra M5S e PD incombe una operazione di “verità”. Il relativo onere ricade sulle spalle sia dei pentastellati che dei dem. I primi sono chiamati a chiarire il senso delle contestazioni e delle incompatibilità etiche manifestate in campagna elettorale nei confronti di Matteo Renzi, i secondi hanno da difendere  operato e dignità politica del loro leader.

Si tratta di una questione di onestà intellettuale nei confronti dei rispettivi elettorati e per uscire dalle ambiguità di un linguaggio che non aiuta a comporre una leale alleanza. A tale proposito sono significative le seguenti parole del Governatore della Campania, Vincenzo De Luca: “Se tu mi chiami delinquente per dieci anni e poi mi chiedi di fare un’alleanza devi spiegare se dicevi palle prima o le dici ora”.

Egli non esclude un confronto sul merito delle cose da fare per rispondere alla necessità di dare un Governo che “si può sostenere – specifica – dall’esterno, ma non c’è bisogno di stare dentro”. Come dire che il PD non può vivere “come un corpo estraneo alla realtà italiana”: è disponibile ad assumersi la responsabilità di dare un Governo all’Italia  ma senza essere “umiliato”.

Sul punto non conta tanto la ritualità delle risposte che metterà in campo il PD quanto la capacità dei pentastellati ad assumere un ruolo istituzionale, fino ad emendare linguaggi ed atteggiamenti politicamente compatibili con il ruolo di chi si candida per il Governo del Paese.

Si tratta di una sorta di esame di maturità per una forza premiata dagli elettori per la sua carica di rottura con la politica tradizionale. In nome del cambiamento, Luigi Di Maio si è impiccato sull’antiberlusconismo nel confronto con la Lega ed ora si dice disponibile a facilitare  l’esplorazione di Roberto Fico nel campo opposto, che ha tutti i connotati dell’establishment politico contro il quale il suo Movimento ha condotto la campagna elettorale.

La facoltà di ricercare intese nell’uno e nell’altro campo gli deriva dai risultati usciti dalle urne che gli conferiscono centralità numerica in Parlamento ma non politica, rappresentando un terzo delle preferenze espresse dagli elettori. Da qui l’attivazione di confronti su un cosiddetto “contratto di Governo”,  la cui formulazione costruita su un elenco di cose da fare è priva di quella lievitazione politica necessaria perché possa uscire del buon pane dall’uno o dall’altro forno indifferentemente evocati.

Il che dà la sensazione di una corsa all’occupazione del Palazzo ed è motivo di fibrillazione all’interno di un Movimento composito per cultura ed estrazione sociopolitica e, nel contempo, è elemento di debolezza nel confronto con potenziali partner dotati di identità storicamente consolidate nel Governo del Paese e delle relazioni con gli altri poteri extrapolitici.

“Nova et vetera” dicevano i latini per indicare una virtuosa sintesi tra conservazione e progresso. Nel dibattito attuale, viceversa, si sa dove riscontrare i “vetera” ma non dove rintracciare i “nova”, condizionati da una memoria di risentimenti piuttosto che interessati a ragionare sulle pulsioni che anticipano il futuro. E’ una constatazione che va al di là di ogni compiacimento nostalgico o di vezzo volto al pessimismo.

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