Luigi Di Maio, emulo di Pirro?

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(foto tratta dal sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri)

Dalle elezioni regionali in Umbria potrebbero venir fuori segnali di svolta per l’attuale situazione politica italiana: a partire dalla compatibilità del sodalizio DP/M5S alla fattibilità di un centrodestra a trazione leghista.

Nel primo caso si tratta di verificare qualcosa di impensabile fino a qualche mese fa: mettere insieme espressioni dell’antipolitica con una forza che del sistema politico contestato ne è stato e ne è pilastro.

Il ricorso ad una comune candidatura nella persona di un imprenditore senza tessera di partito è stata presentata come “patto civico” giustificato da Luigi Di Maio come un “caso speciale” dato che “c’era una Giunta uscente che era stata coinvolta in una inchiesta” e che “era stato commissariato il PD”. Così spiegato può sembrare un aiutino per l’immagine del PD in difficoltà in terra umbra. Il che escluderebbe “automatismi” non replicabili altrove come hanno precisato sia Di Maio che Nicola Zingaretti. Ed invece la cronaca corrente fornisce notizie di un avvio di approcci per l’Emilia Romagna.

Dato il loro vissuto in responsabilità nel contesto della rappresentanza politica è legittimo interrogarsi se la metamorfosi in corso d’opera per le scadenze elettorali regionali prefiguri le basi di un nuovo polo di attrazione per le forze che si dicono alternative alla destra o ne temono il confronto elettorale anche per la formazione del futuro Parlamento.

Sul punto nulla può essere dato per scontato. Sono significativi i post della pentastellata Barbara Lezzi in risposta alle prese di posizione del suo collega di partito Vincenzo Spadafora rese al Corsera: “è gravissimo pensare che il radicamento si faccia con le alleanze” ed “è una scusa meschina” far durare la legislatura “solo per paura di una destra populista”.

Ed ancora le parole di Valentina Corrado che hanno gelato la sua capogruppo Barbara Lombardi a proposito di un possibile ingresso di pentastellati nella Giunta del Lazio presieduta da Zingaretti: “non c’é alcuna votazione su Rousseau che possa derogare alla coerenza”.

Di tutt’altro tono la musica nel campo del PD impegnato a rivedere il suo mondo di relazioni dopo la scissione di Matteo Renzi. Paradossalmente, sia Zingaretti che Renzi, dopo la rottura, guardano all’universo perntastellato; per l’uno omologabile attraverso le alleanze locali e per l’altro attraverso la Gold share esercitabile sul Governo.  La fascinazione dell’ecumenismo di Giuseppe Conte gli può garantire di recuperare credibilità. Possibilmente fino alla conclusione della legislatura, salvo “sereni” ripensamenti o diaspore capaci di ribaltare il rapporto in Parlamento.

Sul punto Salvini e Renzi si giocano la capacità di attrazione dei loro messaggi; Berlusconi e Zingaretti dovranno mettere alla prova la forza di resistenza e coesione dei loro partiti. A Di Maio che voleva cambiare il mondo, insieme ad altri tre amici, non resta che pagare il conto per avere imballato il Movimento in dinamiche di Palazzo estranee alla genesi delle istanze del suo popolo.

Gli resta ancora la ciambella della riduzione dei parlamentari come bandiera da agitare. Non gli mancheranno i voti del PD negati nelle precedenti tre votazioni e forse anche quelli della Lega che aveva già votato favorevolmente alla riforma. D

i fatto si tratta di un provvedimento che non ha effetti in questa legislatura e sarà problematico dargli seguito anche nella prossima se non accompagnato da altre riforma di sistema, a partire dalla legge elettorale.

Come dire che Gigino avette a’ legge e finette e’ faticà. Ovvero sia, come Pirro, ha vinto la battaglia, ma con il rischio di perdere le truppe con cui condividerne, se non il bottino, almeno la gioia.

Si capiscono così le ragioni della sua richiesta rancorosa di far pagare 100 mila euro a chi lo contesta ed è in procinto di lasciare il movimento.

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