L’ombra giustizialista lascia in bilico le sorti del Governo gialloverde

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(foto tratta dal sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri)

Mai dire mai sul possibile divorzio o conferma del matrimonio tra M5S e Lega. Dalle parole dei loro leader non é agevole decifrare quello che pensano di fare dopo il voto del 26 maggio.

La loro ambiguità, al netto dai furori elettorali, lasciano le porte aperte a più soluzioni. Al di là della fantapolitica, la più realistica è nelle mani del Presidente della Repubblica se pentastellati e leghisti non riusciranno più a gestire le priorità del “contratto di governo”.

Sono questi i nodi da sciogliere all’interno di un elenco di cose da fare rispetto alle necessità di un Paese travagliato da crisi epocali economica e socio-culturale. Degli argomenti contenuti nel “contratto” alcuni sono rappresentativi di antiche rivendicazioni della Lega concernenti autonomie, riduzione di carico fiscale, infrastrutture, sicurezza ed immigrazione, altri riprendono istanze di giustizia sociale raccolte dal M5S (reddito di cittadinanza, salario minimo, tagli ai vitalizi ed alle pensioni d’oro) condite con la promessa di rigenerare costumi e consuetudini della vita delle istituzioni pubbliche.

Il tutto sottoscritto con promessa di reciproca lealtà e di condividerne le fasi di attuazione nelle buone e cattive circostanze. In principio entrambi i partner hanno alzato gli scudi nei confronti delle riserve di Bruxelles sul livello di deficit della manovra finanziaria e contro le speculazioni dei mercati responsabili del rialzo spropositato dello spread. Il clima è cambiato in campagna elettorale: non c’è più armonia e non si capisce se si tratti di una farsa o di una rottura irreversibile.

Il dubbio è legittimo di fronte alle pubbliche dichiarazioni di Luigi di Maio che si erge ad “argine della corruzione”, in seguito alle iniziative delle Procure sull’operato di amministratori leghisti, ed alla reazione di Matteo Salvini che si sente accerchiato per avere attaccato, a suo dire, i santuari della mafia e di chi specula sul traffico di esseri umani.

La tempistica dell’attivismo della Magistratura inquirente lascia in piedi entrambe le interpretazioni sia da parte di chi parla di una nuova tangentopoli, sulla scia di “mani pulite”, sia da parte di chi evoca il pericolo cui va incontro chi tocca i fili dell’alta tensione: “chi tocca i fili muore”. Nella specie quelli dei potenti.

Su questa “Y” biforcuta è anche possibile intravedere una comune piattaforma per raccogliere voti su temi fabbricati ad hoc su emergenze vere o  suggerite piuttosto che su problemi reali. Di contro, l’ostentazione di volere andare avanti, avendo molte cose da fare insieme, rafforza l’idea dell’incognita su chi mente o su chi tradisce e su  cosa: la lealtà verso i potenziali elettori o la dignità delle istituzioni? Chi è l’adultero nell’accoppiata Lega/M5S?

E qui la Magistratura inquirente non c’entra più: non essendo l’adulterio un reato le inchieste delle Procure non dovrebbero essere prese a pretesto per contestazioni di carattere politico, salvo a rientrare in gioco su ipotesi di “voti di scambio”, ma a risultati acquisiti. Il che significa che al momento la sorte dell’esperimento governativo gialloverde rimane in bilico anche dopo il responso delle Europee. Qualunque sia il rapporto di forza uscito dalle urne a chi conviene mollare Palazzo Chigi per tentare nuove avventure? A chi ha più retroterra domestico nella società o a chi ha più crediti nei Palazzi che contano in Italia ed in Europa? Con o senza  ribaltone a Bruxelles?

La prova riguarda  M5S e Lega; la relativa risposta investe anche la capacità di resistenza di tutti i politici di casa nostra contro le ingerenze esercitate da altri poteri. E’ da considerarsi arroganza o svolta rispetto alle suggestioni finanziarie ed alle preoccupazioni giustizialistiche degli ultimi 25 anni? Come dire che la qualità della politica è un capitolo da riscrivere. A prescindere dall’etica dei comportamenti personali.

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