La sentenza costituzionale sulle pensioni, un macigno per il Governo Renzi

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Era il mese di dicembre 2011 quando il Ministro del Lavoro del Governo Monti, Elsa Fornero, spiegò, tra le lacrime, la necessità di intervenire sulle pensioni, giustificandola, abbastanza ambiguamente, con l’esigenza di evitare un maggiore aggravamento dei conti pubblici.

Era il grave periodo del “post-Berlusconismo” quando l’Europa ci stava con il fiato addosso, i conti pubblici italiani erano fuori controllo, Berlusconi sosteneva che l’economia era florida, che gli italiani vivevano benissimo, che i ristoranti erano sempre stracolmi, e a furia di dire tali baggianate, alle quali finiva per “credere” anche lui, la situazione si aggravava giorno dopo giorno e, alla fine, fu costretto a dimettersi.

Giorgio Napolitano sapeva giocare le sue carte, e aveva già creato i presupposti per l’alternanza, nominando Mario Monti Senatore a vita: accolse subito le dimissioni di Berlusconi e diede l’incarico di formare il Governo a Mario Monti che, in un batter d’occhio, sfornò il “famoso governo tecnico” del quale chiamò a farne parte anche Elsa Fornero affidandole il dicastero del Lavoro.

E in tale veste la Fornero varò la famosa riforma, tra quelle lacrime che probabilmente conoscevano i sacrifici ai quali con quella legge i pensionati, per salvare il Paese dal “default”, andavano incontro.

Infatti  l’art. 1, comma 1 della legge 22 dicembre 2011, n. 214, recita: «In considerazione della contingente situazione finanziaria, la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, secondo il meccanismo stabilito dall’art. 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 100 per cento», bloccando, così, la rivalutazione automatica delle pensioni oltre tale soglia.

Venne così introdotto, per gli anni 2012 e 2013,  il blocco della perequazione automatica, impedendo in tal modo la conservazione del valore della pensione e violando il principio di proporzionalità tra pensione e retribuzione con irragionevole discriminazione in danno dei pensionati.

Ma probabilmente non venne ben valutata la incostituzionalità di quella legge; o, probabilmente, lo fu ma, rendendosi conto che se quella legge non fosse passata l’Italia avrebbe fatto subito la fine che oggi sta facendo la Grecia, il Governo evitò di approfondire.

Il che fa riflettere sui cosiddetti governi tecnici e politici, nel senso che, se il Governo Monti da “tecnico” varò quella legge senza valutarne bene le conseguenze, ci sarebbe molto da ridire sul livello tecnico. Ma se, al contrario, il Governo Monti, benché tecnico, valutò che senza quella legge l’Italia era destinata al fallimento, dimostrò che di “tecnico” aveva ben poco, avendo così adottato una decisione solo politica.

Ciò detto, veniamo ora alla recente sentenza della Suprema Corte – provocata da un iter giudiziario instaurato da un pensionato – che ha bocciato inappellabilmente quelle norme, anche se con il voto favorevole di metà dei Giudici presenti (solo 12, in quanto Lattanzi era ammalato), l’altra metà sfavorevole, tant’è che ha dovuto pesare, per farla passare, il voto del Presidente Alessandro Criscuolo che, in caos di parità, vale il doppio.

Entrambi i fronti non sono collocabili in schieramenti politici definiti, sono bipartisan.

E’ un fatto che la votazione sia finita in parità; questo sta a significare che la questione è stata molto sentita e dibattuta; fa riflettere la circostanza che la sentenza, pronunciata il 10 marzo scarso, ma scritta solo il 30 aprile (estensore Silvana Sciarra), a distanza di circa due mesi e la segretezza nel periodo tra la decisione e la stesura.

Cosa hanno detto i Giudici: sostanzialmente non è ammissibile il congelamento delle pensioni, nemmeno in considerazione di superiori esigenze di bilancio; quindi quanto non pagato va corrisposto ai pensionati, sia pure graduandolo a seconda dei livelli pensionistici: “pertanto gli organi politici possono adottare i provvedimenti del caso nelle forme costituzionali”; in sostanza, fate quello che volete, graduate come volete, prendevi il tempo che volete, ma pagate, anche per il rispetto degli articoli 36 e 38 della Carta costituzionale.

Ovviamente la sentenza ha lanciato un sasso sul tavolo del Governo, e non si sa bene quanto grande, visto che, allo stato, non sembra sia stato esattamente valutato l’importo da erogare; si parla di una cifra da un minimo di 2 miliari a un  massimo di 16 miliardi di euro; quindi quel sasso rischia di diventare per Renzi un macigno che potrebbe dissestare conti pubblici e Governo e, visto che il deficit non può superare quello oramai garantito alla U.E., con questa sentenza rischiamo di tornare sotto una strettissima osservazione da parte degli organi della Comunità.

Questa è la situazione, e a tal proposito non va sottaciuta la reazione di tanti pensionati che, nonostante la sentenza, responsabilmente hanno espresso la disponibilità a diluire nel tempo i rimborsi, e tanti hanno anche dichiarato la loro disponibilità a rinunciare, purché i sacrifici che hanno sopportato, e che potrebbero ancora sopportare per effetto della rinuncia, servano a ridurre la frattura esistente tra gli attuali pensionati “privilegiati” e i nostri figli e nipoti che probabilmente la nostra pensione se la sogneranno allorquando avranno la nostra età.

Viene però da riflettere che, a fronte della disponibilità al sacrificio espressa da tanti “piccoli” pensionati, nessuno di “lor signori”  ha fatto il minimo accenno ad un ridimensionamento delle loro indennità, pensioni, vitalizi e prebende varie.

E fa pure riflettere che anche tra i Giudici costituzionali ve n’ è qualcuno il cui livello pensionistico è altissimo, giacché cumula pensioni milionarie provenienti dai vari Enti e Istituzioni presso i quali ha “servito” lo Stato, e che ineffabilmente non ha mai voluto sottoporsi nemmeno a domande giornalistiche, rifiutando sempre qualsiasi confronto pubblico.

Quanto sarebbe bello se qualcuno di tali privilegiati rinunciasse ad una parte della sua lauta pensione, e quanto sarebbe ancora più bello se lo dicesse affiancandosi  a quei pensionati che hanno espresso tale disponibilità pure non fruendo di pensioni “d’oro”!

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