La lobby del tartufo e quella dei… pannolini

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foto tratta dal profilo Fb della Camera dei Deputati

A proposito della manovra di fine anno, che sta tenendo sul piede di guerra le opposizioni, con il fiato sospeso il Premier sballottato dai continui battibecchi dei componenti della sua coalizione, e pure tutti gli italiani che temono futuri aggravi economici -eventuali aumenti di tasse, imposte e balzelli, spesso mascherati da motivi ideologici, alla fin fine si capisce che tanto ideologici poi non sono giacché lo scopo del governo è solo quello di far quadrare i conti cercando di pesare il meno possibile su un aumento del deficit pubblico anche per evitare di scontrarsi con i censori europei- io mi sono fatto persuaso, per dirlo alla Camilleri, che questo è il paese delle “lobby”, migliaia e migliaia di “conventicole” che intercettano e raccolgono gli interessi di ben definite categorie e mettono in campo tutte le iniziative finalizzate a realizzarli.

Niente di illegittimo o illecito, si intende, in un paese democratico e liberale è normale che ci siano le “lobby” che facciano l’interesse di determinate categorie, per acquisire nuovi benefici o proteggere quelli già conquistati.

Però a volte il diavolo fa le pentole ma non i coperchi e spesso le realizzazioni vanno al di là delle migliori intenzioni, creando disparità e in giustizie sociali: ad evitare le quali dovrebbe intervenire la classe politica che non dovrebbe essere soggetta o condizionata da “lobby”, ma super-partes.

Purtroppo non è così,  e in tutte le democrazie del mondo, come per esempio  anche nella più grande democrazia occidentale, quella degli USA, vi sono “lobby” potentissime che non solo condizionano la politica di tutti i giorni, ma finanche le candidature e le elezioni dei presidenti; vale per tutte ricordare quella delle armi, la nota “National Rifle Association”, con la quale tutti i Presidenti Usa debbono confrontarsi e che, anche in periodi di amministrazione democratica, come quella del Presidente Barack Obama, non ha consentito di porre un argine al sempre più dilagante fenomeno del proliferare delle vendite di armi di tutte le specie sulle quali nessun controllo effettivo esiste, tant’è che continuano a verificarsi stragi causate da persone che non hanno tutte le rotelle al posto giusto.

Venendo alle nostre cose, come argutamente scrive qualche commentatore, la manovra di bilancio è un castello di carte, costruito il quale, se sposti una carta, rischia di cadere tutti il castello; e giacché le carte sono ceentinaia e riguardano tutti gli aspetti dell’economia del bel-paese, è difficilissimo annullare una prevista maggiore entrata per un determinato prodotto senza gravare su un altro prodotto.

Diverse sono le leve che possono essere manovrate per preparare il bilancio dell’anno successivo, dalla introduzione di tasse o balzelli, alle aliquote Iva, tutte finalizzate a orientare produzione e consumi.

L’imposta che produce gli effetti più immediati è proprio l’Iva, le cui aliquote nel nostro paese vanno dal 4% al 22%, partendo dai beni di prima necessità (pane, pasto, olio, latte, ecc.) assoggettati all’aliquota più bassa, fino ad arrivare a quella più alta che dovrebbe essere applicata solo ai beni di lusso, ma vengono considerati tali sia tanti beni di largo consumo, come, ad esempio, una bottiglia di limonata, sia prodotti di estremo lusso, come i diamanti.

Spesso il governo giustifica talune scelte come dettate da motivi ecologici, ma io sono convinto che sia più una giustificazione di facciata che una esigenza reale, in quanto l’unico fine che il governo intende raggiungere è di far quadrare i conti del bilancio del prossimo anno senza gravare ulteriormente sul deficit pubblico, già alle stelle.

Non è facile immergersi nel ginepraio delle leggi, ma fortunatamente c’è qualcuno che a volte lo fa, prendendosi la briga di andare a spulciare tra le righe ciò che contiene un provvedimento, e c’è chi ha avuto la pazienza di andarsi ad approfondire anche sul progetto della legge di bilancio, ed ha scoperto qualche dato che fa riflettere in quanto vi sono forzature sin troppo evidenti.

Prendiamo, ad esempio, la cosiddetta plastic-tax, la tassa che si vorrebbe introdurre sull’utilizzo dei contenitori di plastica usa e getta, dannosi quindi per l’ambiente; la plastic-tax viene giustificata, peraltro, da una presunta (pure se effettiva) esigenza ecologica; essa certamente diventerebbe un costo maggiore per il consumatore finale in quanto le aziende che ancora continueranno a produrre tali contenitori, o che tengono grandi scorte di magazzino, e sulle quali dovranno pagare di più, scaricheranno il balzello sul consumatore; ma se qualche emendamento proporrà di abolire la plastic-tax, l’impianto della manovra comincerà a scricchiolare a meno che, a fronte della minore entrata per la tassa sulla plastica, non si vada ad aggravare un’altra tassa.

Insomma un equilibrismo da funambolo che continuamente il governo è costretto a fare.

Altro esempio, gli assorgenti igienici, che da qualche giorno sembrano al centro dell’attenzione delle donne; per le donne certamente non sono oggetti voluttuari, ciononostante  sono assoggetti all’aliquota iva più alta, il 22%, vale a dire quella che si applica anche ai prodotti di lusso, come la gioielleria e via discorrendo: l’hanno denominata, più modernamente tampon-tax, e per essa in sede europea era stata autorizzata la riduzione fino al 5%; ora un emendamento di Laura Boldrini propone di ridurla almeno al 10%.

E’ palese che tale tassazione costituisce un incomprensibile danno per il genere femminile, che potrebbe farsene anche una ragione se non fosse che, dall’esame delle aliquote iva di vari altri prodotti, emergono aspetti che chiamerei grotteschi, come, ad esempio, l’aliquota iva ridotta al 5% per il commercio dei tartufi; il governo Renzi l’aveva ridotta al 10%, successivamente è stata dimezzata: vien da riflettere come un cibo “di nicchia”, come i tartufi, abbia una aliquota iva quasi pari a quella dei prodotti di prima necessità.

Ovviamente la riduzione dell’aliquota della tampon-tax presuppone che il minore gettito venga compensato da un maggiore gettito su un altro, prodotto, che potrebbero essere proprio i tartufi.

A questo punto scatta il discorso delle “Lobby”: è evidente che c’è una “Lobby del tartufo” che ha influito per ridurne l’iva.

A quando la “Lobby dei pannolini”?  Forse è l’unico sistema per ridurre l’Iva sugli assorbenti igienici!

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