La dignità del lavoro e dei lavoratori

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Non meraviglia più di tanto, anche se fa arrabbiare tantissimo, la notizia di qualche settimana fa che a Roma, proprio nell’ultimo giorno dello scorso anno (sembra un anno fa, ma sono passati solo poche settimane) l’83 per cento, ripetiamo per chi non avesse ben compreso 83 agenti della Polizia Municipale su 100 si sono ammalati e, quindi, non sono andati a lavorare; e anche gli autisti dell’Azienda municipalizzata dei trasporti, per non essere da meno, li hanno seguiti a ruota: su  24 si sono presentati al lavoro solo in 7, quasi un quarto, gli altri tre/quarti si sono ammalati.

Orbene, vero è che proprio il 31 dicembre è capitato, da noi in Campania, una specie di cataclisma, tra neve, ghiaccio, temperatura intorno a zero gradi, ed emergenze varie collegate; ma che nel Lazio, anzi, meglio, a Roma, questo cataclisma abbia causato una ecatombe tra i Vigili urbani e Autisti non era proprio da aspettarselo: forse  il Padreterno ha voluto particolarmente infierire sulla categoria dei “Pizzardoni” (come si chiamavano una volta) capitolini e sui “Conducenti” romani, sottoponendoli a crudeli malanni proprio alla fine dell’anno.

Scherzi amari a parte, tornando alla notizia e all’analisi della stessa, non possiamo non rilevare ancora una volta l’estremo disinteresse di queste categorie di pubblici dipendenti per la città, quella Città Eterna che solo per il suo passato, il suo prestigio, l’immagine che dà al mondo, dovrebbe gratificarli: disinteresse che ha procurato danni ai cittadini.

Estremo disinteresse di queste categorie di pubblici dipendenti già tante volte finite nell’occhio del ciclone per la mancanza di affidabilità del loro servizio e per l’incuria verso la città e i cittadini; l’ultimo servizio shock  di Fabrizio Gatti su uno degli ultimi numeri dell’Espresso sui Vigili è traumaticamente illuminante, e chi non l’ha letto farebbe bene a farlo, specialmente quei sindacalisti sempre pronti a difendere a spada tratta i lavoratori, pure se imboscati e assenteisti. A proposito, non sembra di aver letto, per questa ennesima beffa agli italiani delle malattie dei Vigili romani all’83 per cento e degli Autisti al 79 per cento, qualche voce scandalizzata della Camusso o di chi per lei.

Papa Francesco parla spesso della dignità del lavoro, che se non c’è toglie dignità all’uomo; e bene fa. Ma chi difende la dignità del lavoro dai lavoratori indegni di chiamarsi tali, specialmente quelli del pubblico impiego?

Oggi Marino, Renzi e chi sa quanti altri, intervengono per assicurare il loro impegno ad arginare questi abusi, e fanno benissimo; ma, in costanza delle attuali leggi estremamente protettive dei fannulloni, e delle attuali regole, estremamente tutelanti di questi “ladri” della comunità, sperano di ricavare qualcosa?

La speranza è che Renzi, come ha annunziato, intervenga anche sul pubblico impiego, categoria nel quale si annida il maggior numero di fannulloni, scansafatiche, inutili scalda-poltrone ed arroganti “servitori”, molti dei quali abituati a servire solo se stessi e, spesso, le loro tasche, senza il minimo rispetto per gli “utenti”, per i cittadini, che saremmo noi.

Voglio concludere citando un ennesimo episodio che riguarda, questa volta, gli Scavi di Pompei, dei quali tanto si è parlato negli ultimi tempi, e che continuano a far parlare di loro per additarci, noi Italiani, al pubblico ludibrio agli occhi del mondo.

Orbene è notizia dello stesso periodo, ovvero delle passate festività natalizie, fa che gli Scavi di Pompei sono rimasti chiusi a Natale e a Capodanno giacché, sembra capire, in quei giorni pure i dipendenti degli stessi debbono trascorrere quelle festività a casa.

Il ragionamento non  farebbe “una piega”, se non fosse che sul sito degli Scavi risulta che gli stessi sono sempre “aperti”, vale a dire che offrono l’ingresso al pubblico 365 giorni su 365; almeno in teoria, salvo poi a sapere che spesso, e senza preavviso, i dipendenti, custodi e guide, si mettono in assemblea, in agitazione, e lasciano all’esterno gli esterrefatti visitatori che magari hanno percorso migliaia e migliaia di chilometri e si vedono impediti ad accedervi, con grandissime difficoltà anche per i tour-operator che li organizzano e che non sanno, a quel punto, a quale Santo appellarsi e come giustificarsi.

Ovviamente agli impegnatissimi dipendenti degli Scavi di Pompei, che hanno pure diritto a godersi a casa e al calduccio le festività, sfugge che, essendo il loro un servizio pubblico (altrimenti perché dovrebbero essere considerati o equiparati ai pubblici dipendenti), dovrebbero rapportarsi con altre pubbliche categorie, ad esempio gli autisti dei mezzi pubblici, o i conduttori dei treni, per i quali non esiste festa comandata  che possa esentarli dal servizio.

A tal proposito, le due notizie che fanno riflettere. La prima, è che un affabile Tomaso Montanari, storico dell’arte che si è dilettato a scrivere, non di arte in questo caso, su Il Fatto Quotidiano e Repubblica, difendendo il diritto di costoro a non lavorare nelle feste comandate, giacché anche i maggiori musei degli altri Paesi, il Louvre di Parigi, il British di Londra, il Metropolitan di New York, sono chiusi nei giorni festivi: dimenticando di dire che questi Musei, e tanti altri come loro, avvertono preventivamente che in determinate giornate sono chiusi, e difficilmente, nelle giornate di apertura, serrano poi per assemblee sindacali e scioperi vari.

L’altra notizia che pure colpisce, e fa pensare che in Italia qualcosa va seriamente e profondamente cambiato, è una arguta e simpaticissima lettera che Ugo Leone ha pubblicato sul Repubblica il 28 dicembre, nella quale, come Presidente del Parco Nazionale del Vesuvio, si chiede com’è che cose del genere non avvengono in quel Parco, che riceve mezzo milioni di visitatori l’anno e presso il quale le guide sono sempre pronte e disponibili ad accoglierli.

In Italia, ci si chiederà increduli, per quale mistero avvengono, a volte, cose così virtuose?

Semplice: quelle guide non sono dipendenti del Parco, non sono pubblici dipendenti, sono solo lavoratori che lavorano in autonomia e vengono pagati in percentuale sui biglietti venduti.

“E’ evidente che non hanno alcun interesse a bloccare l’ascesa che bloccherebbe anche gli introiti. Di conseguenza, se e quando hanno qualche problema, ne parlano tra loro, e con il Parco, con il quale hanno una convenzione, senza interferire con le aspettative dei turisti” scrive Ugo Leone.

E si chiede: “Se anche le guide degli Scavi, invece di essere dipendenti, agissero in autonomia, non verrebbero meno alla tentazione di bloccare l’ingresso ai visitatori per far valere loro diritti, presunti o reali che siano?”. In breve, ecco il cosiddetto uovo di Colombo

Ma vuoi vedere che la soluzione di uno dei più annosi problemi degli Scavi di Pompei, e di chi sa quanti altri Musei e siti italiani, sia più semplice di quanto si immagini; e vuoi vedere che la soluzione la offre un ente che sta a pochi chilometri dagli Scavi e che sembra un modello di efficienza?

La suggeriamo a Matteo Renzi e a Dario Franceschini, con buona pace della Camusso & C..

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