La crisi del settimo mese nel deserto della politica nazionale

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(foto tratta dal sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri)

E’ credenza comune che una delle tappe più difficili da superare in un matrimonio sia quella del settimo anno, e sembra che le statistiche lo confermino; più del quarto anno o del decimo.

Sul perché della crisi proprio al settimo anno non c’è concordanza di vedute, c’è chi dice che essendo il sette un numero primo, come tale sullo stesso influirebbero negativamente gli astri.

Ma non è della crisi matrimoniale che voglio parlare: il numero sette sembra portare iella, oltre che ai matrimoni, anche ai governi se è vero, come sembra, che anche l’attuale governo, ormai al settimo mese, è in crisi, giacché e tra i due “coniugi” non è tutto rose e fiori, e qualcuno dice che la crisi sembri ormai irreversibile.

In verità tutto rose e fiori non lo è stato nemmeno all’inizio, che già fu abbastanza movimentato e sofferto: tra una Lega vincitrice in una coalizione di destra, e un PD che poteva diventare l’ago della bilancia, il M5S, vincitore assoluto, cercò di barcamenarsi e, se non ci fosse stato il deciso diniego di Renzi e del PD, probabilmente oggi il governo giallo-verde non esisterebbe, e probabilmente non esisterebbe nemmeno la scalata della Lega alle vette alte dei sondaggi che stanno mettendo in un cantuccio proprio Di Maio e il suo oramai ridimensionato movimento/partito.

La sintesi del discorso è in una sola parola: stallo. Il governo gialloverde arranca, e nonostante il tanto miele che il premier Conte si affanna a spargere, è d’accordo quasi su niente.

L’ultimo episodio dei 49 migranti, tenuti 19 giorni su due navi di Ong al largo di Malta senza che nessuno li facesse sbarcare, con continuo battibecco tra Conte e Di Maio da un lato e Salvini dall’altro, ha lasciato uno strascico che appesantisce il cammino della maggioranza.

La conseguenza immediata è che sono slittate le decisioni sul reddito di cittadinanza e quota 100. Per nascondere la tensione tra Di Maio e Salvini lo slittamento è stato giustificato dai ritardi della Ragioneria dello Stato; pertanto il Consiglio dei Ministri deciderà solo sui provvedimenti in scadenza, il più rilevante dei quali è la contestata nomina del nuovo presidente della Consob, alla quale sarebbe candidato Marcello Minenna, in quota M5S, che sembra non tanto gradito all’alleato leghista.

Intanto a Roma si è aperta una nuova voragine, questa volta a causa del fuoco amico del M5S contro la Lega: al grave episodio criminale della sparatoria avvenuta dinanzi ad un asilo nel quartiere della Magliana, il Sindaco Raggi, in quota M5S, ha twittato “Roma ha bisogno di più poliziotti come annunciato dal ministro Matteo Salvini. Non è più possibile aspettare, serve un numero di forze dell’ordine congruo per la Capitale d’Italia”, con una chiara frecciata al Ministro degli interni il quale, ovviamente, non ha gradito e ha risposto per le rime, come solitamente fa il sanguigno Salvini: “Ognuno faccia il suo mestiere. Solo per Roma tra quelli già arrivati e quelli che stanno arrivando 250 poliziotti in più. Alla Raggi dico: occupati della pulizia delle strade, della puntualità dei mezzi pubblici, visto che c’è tanto da fare”. Ma la replica piccata di Di Maio in difesa della Raggi non si è fatta attendere: “Perché non si mettono attorno a un tavolo anziché twittare?”: tutt’altro che idilliaco.

Ma le esplosioni noi si sono fermate, coinvolgendo anche altri argomenti non di poco conto, come la Tav e le Trivelle, relativamente ai quali la Lega negli ultimi giorni ha confermato il suo orientamento favorevole; alla fine è scesa in campo un esponente di punta della Lega, Vannia Gava, sottosegretario all’Ambiente, la quale, papale-papale, ha detto “Non posso approvare una impostazione tutta volta a dire “no” come quella che sta alla base dell’emendamento dei 5 stelle sul tema delle trivelle.

È sbagliato bloccare le autorizzazioni per le trivelle: non possiamo consentire che la paura blocchi lo sviluppo”. E anche sulla Tav i battibecchi sono continui, e a rincarare la dose è lo stesso Salvini il quale, nel mentre M5S fa trapelare che la valutazione costi-benefici dell’opera sarebbe in dirittura d’arrivo e propenderebbe per il “No”, fa sapere che i leghisti saranno in strada alla manifestazione di Torino pro-Tav, opera alla quale è favorevole da sempre, e sarà favorevole pure a indire il referendum per sottoporre la questione al parere degli elettori.

Si aprono nuovamente i cieli: “La Lega alla manifestazione pro-Tav? Una vergogna, sono allibito dalla violazione del contratto di governo” urla il senatore piemontese Alberto Airola per il quale i leghisti di Salvini stanno commettendo una serie di errori. “Così il governo non va da nessuna parte, è un altro schiaffo in faccia al M5S” conclude.

E come non ricordare i recenti mal di pancia del M5S sul decreto sicurezza, e quelli attuali sulla legalizzazione della cannabis, voluta dal M5S, fortemente ostacolata da Salvini.

Il tutto aggravato dai risultati appena pubblicati dall’ Istat sul rallentamento, dell’economia, che si attesterebbe a –2,6 per cento su base annua e a –1,6 rispetto allo scorso mese di ottobre: sembra che oramai si parli di recessione, e il fatto che lo sia in tutta l’Europa non deve farci gioire in quanto con questi dati salterebbe anche la manovra di bilancio basata largamente sulle previsioni di crescita.

Se questo è il clima, ha un bel dire il Premier Conte il quale sembra voler spegnere l’incendio con i secchi d’acqua laddove dovrebbero essere impegnati i Canadair.

Siamo alla resa dei conti?

Non lo credo, almeno in questa fase; sebbene al 7° mese di governo, ritengo che anche questa crisi sarà giocoforza accantonata, e il fuoco resterà sopito almeno fino alle prossime elezioni europee, in vista delle quali Salvini proseguirà come un carro armato con il suo solito “forbito” linguaggio populista, che tanto fa presa sugli elettori, per cercare di far crescere ulteriormente la Lega, e spingerà sempre più nell’angolo di Maio e il M5S i quali perderanno ulteriori consensi.

Il duello finale, quello della resa dei conti, è rimandato al periodo successivo alle elezioni europee, che si terranno dal il 23-26 maggio prossimi; la crisi del 7° mese, pertanto, si protrarrà fino al 12° o magari al 13° se la teoria dei numeri primi regge.

Frattanto a sinistra non si vede niente di nuovo; i partitini sono quasi dissolti, il PD è impelagato in un difficile confronto tra Renzi e gli altri che non fa sperare in nulla di concreto, almeno a breve.

E a destra: peggio che andar di notte.

Perdurando questo stallo nelle opposizioni, anche il dopo voto delle europee non porterà nessuna novità, a meno che, frattanto, a destra o a sinistra non ci sarà qualche sviluppo positivo, cosa vivamente augurabile.

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