Il punto fra DEF e TAP

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(foto tratta dal sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri)

Dopo la bocciatura di Bruxelles del DEF italiano, e il declassamento dell’Agenzia Moody’s dei giorni scorsi, ora che anche l’Agenzia di rating “Standard & Poor’s” ha espresso il suo giudizio sul nostro Paese, è opportuno fare il punto della situazione.

Qualche giorno fa abbiamo scritto che, dopo la bocciatura del nostro paese da parte di Moody’s, eravamo tutti in attesa che anche Standard e Poor’s si pronunciasse, come di fatto è avvenuto la sera di venerdì 27 ottobre, a mercati chiusi, e anche S&P ha bocciato l’Italia in quanto, pure confermando il precedente “rating”, fermo su BBB, ha peggiorato l’ “Outlook”, ovvero le future previsioni a medio lungo termine, che da «stabili» passano a «negative».

Il governo ha fatto finta di tirare un sospiro di sollievo, perché S&P non ha aggravato il rating, che comunque è simile a quello delle altre Agenzie (a livello di quasi spazzatura), ma ha precisato che “il piano economico del governo rischia di indebolire la performance di crescita dell’Italia e la nuova legge di bilancio rappresenta «un’inversione» rispetto al precedente consolidamento dei conti ed un dietrofront rispetto alla precedente riforma delle pensioni che potrebbe arrivare a minacciare la sostenibilità di lungo termine dei conti pubblici”.

S&P prosegue giudicando «di corto respiro» le misure sulla domanda e quindi «eccessivamente ottimistiche» le stime di crescita. L’anno prossimo il deficit dell’Italia arriverà al 2,7% anziché al 2,4% e soprattutto si interromperà il cammino di discesa del debito.

Quindi anche “Stanpoor’s” segnala i rischi che in prospettiva correrà la nostra economia e quelli che già oggi stanno correndo le nostre banche che hanno già intaccato in parte i loro coefficienti patrimoniali: «la nuova politica economica e fiscale del governo ha eroso la fiducia degli investitori e di riflesso ha aumentato gli interessi sul debito pubblico col risultato di arrivare ad influenzare negativamente l’accesso delle banche (grandi creditrici dello Stato) al mercato dei capitali». Il rischio, se questa situazione dovesse protrarsi, è che «la capacità delle banche di finanziare l’economia italiana sarà significativamente ridotta soprattutto a danno delle piccole e medie imprese».

Il giudizio di S&P segue di qualche giorno la pesante critica che anche il Presidente della BCE Mario Draghi ha fatto alla manovra e al nostro governo, sulla quale, sebbene Di Maio e Salvini abbiano testardamente confermato che la loro manovra non si tocca, il Ministro dell’Economia e Finanze Tria non ha potuto non ammettere la fondatezza; ma i “nostri” hanno accusato Draghi di aver tradito l’Italia, dimenticando che il ruolo di Draghi in Europa è di essere “super partes”.

In definitiva i due vice-premier hanno accusato il colpo sia per il giudizio negativo di S&P sia per quello di Mario Draghi, e ciò ha influito negativamente sul clima già pesante che tira a Palazzo Chigi, e sui rapporti non proprio idilliaci tra i vari membri del governo.

Il tutto è poi stato reso più pesante da un’altra tegola che si abbattuta sulla testa di Di Maio, Salvini e, di riflesso, di Conte, per la tardiva constatazione che il T.A.P., il “Trans Adriatic Pipeline”, vale a dire il gasdotto di 870 chilometri già in costruzione da primarie industrie energetiche europee, il quale (in affiancamento ad altri due gasdotti, il TANAPTrans Anatolian Pipeline che attraverserà da Est a Ovest la Turchia e il  SCP-South Caucasus Pipelinedovrà trasportare dai 10 ai 20 miliardi di mc di gas naturale proveniente dal Mar Caspio ai paesi europei, e che dovrà attraversare parte della Puglia (dopo aver attraversato il Mare Adriatico) da Meledugno in avanti, non si potrà fermare come di Maio in campagna elettorale aveva garantito.

Purtroppo, come i “nostri due” sono soliti fare, in campagna elettorale si erano impegnati a bloccare l’opera per modificare il tracciato al fine di accaparrarsi i voti dei pugliesi contrari all’opera, capitanati dal Sindaco di Meledugno spalleggiato dal Governatore pugliese Michele Emiliano; ma alla stretta dei sacchi hanno capito che quell’impegno era fondato sul niente e non può essere mantenuto in quanto il blocco di una opera strategica di tale importanza comporterebbe costi (per penali o per danni emergenti e lucri cessanti) quantificati in circa 20 miliardi e nessuno può permettersi una pazzia simile, fra l’altro per bloccare un’opera di importanza europea a fronte di una impuntatura di una popolazione che non si è capito a cosa sia finalizzata se non al gusto di dire sempre no a qualsiasi nuova impresa: nel caso specifico non si comprende quale danno possa portare al suolo pugliese l’attraversamento di un tubo del diametro di meno di un metro, che trasporterà gas naturale, ovviamente a tenuta per evitare dispersioni nell’area che danneggerebbero prima di tutto le imprese.

La ulteriore gaffe di Di Maio e Salvini ha avuto come prima conseguenza una solenne arrabbiatura degli elettori grillini i quali, comprensibilmente delusi e contrariati per il voltafaccia di Di Maio, hanno ripreso una dura protesta iniziando a strappare in pubblico le tessere elettorali.

Indubbiamente non è un buon momento per Di Maio e Salvini, che si tirano dietro il “Premier” Conte, sempre più frastornato; ma non c’è da meravigliarsi in quanto anche questa vicenda fa comprendere esattamente lo spessore dei personaggi: è fin troppo facile assicurare che qualcosa va fatta o cancellata, senza un minimo di approfondimento, solo per avere voti; e non possono nemmeno giustificarsi con un “non sapevamo” in quanto negli ultimi cinque anni, e anche in quelli precedenti, questi signori, che tanti definiscono “cavalli di razza”, sono stati in Parlamento rivestendo anche cariche apicali; prima di parlare, assicurare, esporsi ed impegnarsi, avrebbero potuto almeno informarsi e, se non l’hanno fatto, ora à peggio per loro.

E purtroppo anche per noi.

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