Il Partito Democratico perderà le elezioni, ecco i motivi

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foto tratta dal profilo Fb

Oramai quella in cui versa il Partito democratico è una situazione che dura da anni alla quale si è deciso di non trovare soluzione. Probabilmente perché non lo si vuole accettare, o forse perché tutto sommato si “può tirar ancora avanti quanto basta”. Orgoglio o inettitudine, fatto sta che il Pd oggettivamente non ha un programma che lo caratterizzi, lo differenzi, lo denoti. Ma non solo.

Un partito che appare sempre più non di sinistra che pecca anche di leadership. Enrico Letta, come i suoi ultimi predecessori, non possiede carisma e capacità manageriali. Sicuramente non può essere una colpa, carismatici si nasce. Ma come segretario sembra non reggere bene il timone di una barca in balia delle onde. Un’ala, quella renziana, si è scissa portandosi dietro un manipolo di parlamentari che avrebbe fatto comodo tenersi, lo stesso dicasi di Carlo Calenda leader di Azione. Di conseguenza è andata via anche una percentuale di elettorato che, seppur esigua,  diviene vitale in una competizione elettorale con il Rosatellum. E adesso l’ex corrente è divenuta un competitor, genesi del “Terzo polo”: quello dei moderati e centristi, degli indecisi e dei delusi.

Ci si chiederebbe come riesca, dati tali presupposti, ad oscillare nei sondaggi intorno al 20%. La risposta è molto semplice: grazie al supporto dei presidenti di Regione che, attraverso il loro operato – non a caso riconfermati nelle ultime regionali – contribuiscono a tenere in vita tale partito.

Pessima la strategia adottata per le elezioni, della serie “se non voti noi vince la Destra”. Quasi per ammettere, automaticamente, di “essere il meno peggio”. Sicuramente non si trasmette un’elevata considerazione di sé, semmai solo insicurezza e disorientamento. Inoltre, più si spinge verso tale direzione e più il centro-destra si rafforza, come scontato che fosse. Demonizzare l’avversario rende soltanto più deboli, poiché dimostra che non si dispone di altre “armi”.

Un voto consapevole, serio ed onesto non lo si attribuisce per evitare le vittorie altrui, ma per merito. Pertanto, attraverso un programma che convinca, esaustivo, originale, in linea con la propria visione del mondo (se ve ne è ancora una). I pilastri sui quali si fonda sono certamente nobili e progressisti (ius scholae, legalizzazione della cannabis) ma non bastano. Gli elettori esigono altre risposte, rassicurazioni.

Ridicola la proposta della dote ai 18enni. I giovani chiedono lavoro, benessere, un futuro. Inflazione, pressione fiscale e disoccupazione sono i temi che interessano. Non sarebbe male votare anche conoscendo l’aspirante premier, perché che piaccia o meno la personalizzazione della politica è realtà, un dato di fatto che orienta il voto e quindi va accettato.

Dal 2013 ad oggi soltanto durante i 15 mesi del Governo Conte I, c.d. Giallo-Verde, il Pd non ha vantato una propria presenza in Palazzo Chigi. Senz’altro un record ed un tempo più che sufficiente per dare prova del proprio operato.

Nelle trasmissioni televisive da mesi si vedono parlamentari ammettere che si debba fare autocritica, ma i fatti dimostrano che non si è andati oltre perché gli elettori continuano a percepire tale partito “troppo distante” da essi e nelle esigenze più avvertite. Infine, i candidati. Scelta condivisibile quella di candidare come capilista gli under 35, ma è anche vero che i giovani desiderano anche un futuro, soprattutto lavorativo, che non riescono ad intravedere nella proposta elettorale.

Personalità come l’economista Carlo Cottarelli e il microbiologo Andrea Crisanti non faranno altro che gettare ulteriori perplessità sul loro operato professionale, la cui imparzialità – agli occhi degli elettori e cittadini – sarà minata poiché si sono schierati. E adesso anche la scienza sarà politicizzata. Senz’altro una pessima scelta che testimonia soltanto la difficoltà generale in cui versa il partito costretto, sembrerebbe, a scommettere in nomi noti poiché alla deriva.

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