Elezioni francesi, la scomparsa dei partiti di massa

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Il voto dei francesi fotografa la crisi irreversibile dei tradizionali partiti di massa ed evidenzia  forme di empatia per leader sia di protesta che moderatamente innovativi. Dai numeri e percentuali usciti dalle urne emergono prevalenti sentimenti di sfiducia e d’insoddisfazioni verso l’establishment.

Nei suoi confronti la partita per l’Eliseo potrebbe chiudersi, al ballottaggio, con un peana di vittoria per scampato pericolo, con la conferma di Emmanuel Macron, o di rottura di equilibri di poteri consolidati nel caso di elezione di Marine Le Pen, la cui ombra proiettata su Bruxelles viene data come un rischio per gli assetti EU.

Nelle narrazioni che ne seguiranno si ripeterà la classificazione dei voti in europeisti ed atlantisti o in sovranisti e populisti. E finché non se ne spiegano le motivazioni restano espressioni di un linguaggio che non da conto delle periodiche esplosioni di rabbia e di rivolta dei “gilet gialli”, come se fossero manifestazioni, politicamente invisibili, che però non possono essere spiegate come malefico ordito di fake news o come uno spaccato di consapevolezza dei ceti urbani rispetto ad una presunta insipienza dei ceti rurali e delle periferie.

I risultati genuini del primo turno offrono il quadro critico di un sistema politico alimentato per oltre sessant’anni da due famiglie alternative, ora non più propulsive nella rappresentanza politica e sociale del Paese: l’una gollista e l’altra socialista, rispettivamente, collocate per convenzione nelle aree del centrodestra e del centrosinistra.

I loro eredi hanno conseguito percentuali irrisorie, ad una cifra, mentre quelle conseguite da Emmanuel Macron (27,45%), Marine Le Pen (23,15%) e Jean-Luc Melenchon (21,95%) sommate costituiscono il 72,95% dei votanti.

Con questi dati, se si aggiunge il 7% ottenuto da Eric Zemmour di estrema destra, a pagare pegno è soprattutto la “gauche”, il cui mondo intellettuale, nella seconda metà del novecento, è stato al centro della cultura nazionale francese, oggi irrisa come “gauche caviar”.

Fenomeni di irrequietezza elettorale si sono manifestati, in forme e dimensioni diverse, in consultazioni di altri paesi europei. E sarebbe riduttivo archiviarlo, come sinora si è fatto, con le solite spiegazioni di qualunquismo, suggestioni populistiche o rigurgiti di estremismo di destra o di sinistra.

Se c’è una crisi di credibilità del sistema, essa non riguarda tanto le istituzioni della democrazia rappresentativa, quanto le élite che ne hanno dominato poteri ed orientamenti politici e culturali nei maggiori paesi dell’Europa continentale.

La caduta di pensiero di riferimento positivo, come fonte di nuove forme di aggregazione e rappresentanza, ha caratterizzato le vicende elettorali altalenanti anche in Italia.

C’è una voragine, non colmabile con parole di convenienza mediatica, nel boom e perdita di consensi del M5S e della Lega nello spazio di pochi anni: il primo, senza retroterra di cultura politica, supera il 30% alle politiche del 2018 e scende al di sotto del 15% nei sondaggi odierni; la seconda dal 40% circa conseguito alle successive consultazioni europee viene accreditata intorno al 19%.

Di contro ci sono il crollo di FI, il relativo mantenimento di PD, centrali nelle competizioni bipolari antecedenti al 2018, la risalita di FdI, accreditato come primo partito, nascita e conferma di nuove sigle.

Come dire, in carenza di idee, chi vuol essere lieto sia (o no, oggi), “nel diman non ha certezza”.

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