Crisi di governo, la fine della fanciullezza pentastellata

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La delegazione dei GRUPPI PARLAMENTARI “MOVIMENTO 5 STELLE” DEL SENATO DELLA REPUBBLICA E DELLA CAMERA DEI DEPUTATI,in occasione delle consultazioni (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Archiviato l’esperimento del Governo gialloverde, resta il dubbio sulla capacità dell’attuale Parlamento di dare vita ad un nuovo Esecutivo meno litigioso e di lunga lena.

É l’obbiettivo delle consultazioni condotte dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Sarà raggiungibile se c’è la disponibilità dei partititi a non cedere a sentimenti di rivalsa ed a rinunziare all’uso dello insulto come metodo di confronto politico. Non è una questione di bon-ton, ma di qualità culturale e di sostanza delle idee da mettere in campo.

Si tratta del galateo delle istituzioni democratiche in cima ai pensieri del Capo dello Stato, il cui spirito è venuto meno nei rapporti intercorsi tra i partner del sodalizio targato Lega/M5S. Il relativo epilogo andato in scena nell’aula di Palazzo Madama ne ha dato una rappresentazione più vicina ad una esplosione di risentimenti che ad una riflessione sulle cose che non hanno funzionato all’interno di un “contratto di governo” redatto con un elenco di temi declinati senza una comune cultura delle istituzioni e delle opzioni da calare nel contesto economico e sociale del Paese.

I nodi non potevano non venire al pettine e non è bastato al premier Giuseppe Conte assumere il ruolo di “Avvocato degli italiani” per non interrompere un andazzo di “stop and go”, di proclami seguiti da interdizioni.

Si può discutere sulla tempistica, ma date le condizioni  il passaggio da una delle aule del Parlamento è da considerarsi come una necessità di chiarezza ed anche di lealtà  nei confronti delle opposizioni, all’interno delle quali sono venute alla luce ombre e contraddizioni, soprattutto nel PD ed in FI.

Sarebbe fuorviante imbastire un processo alla ricerca di responsabilità sull’apertura di una crisi latente da tempo e certificata da incompatibilità genetiche. Ora è possibile comporre in termini numerici una nuova maggioranza, altra cosa é la compatibilità sul piano governativo con il M5S, detentore della golden share, che si é distinto nell’uso dell’insulto come una sorta di cifra esistenziale.

Sul punto è da verificare la disponibilità dei grillini a correggere la loro genesi ed i dem a porgere l’altra guancia nell’assumere il ruolo di partner di un possibile governo giallorosso. Questi sono i veri paletti, al di là di una riedizione, riveduta e corretta, del cosiddetto “contratto di governo” nel quale riproporre altre parole d’ordine con il solito ritornello della difesa e tutela degli interessi degli italiani.

Come dire che lo sbaglio ci può stare una volta, ma non due, a meno che non si voglia tentare un’operazione gattopardesca di un cambiamento virtuale che lascia inalterate vecchie strategie di potere.

É un’alternativa alle elezioni anticipate non priva di fondamento, considerate scadenze domestiche ed europee, ma che certifica la fine della “fanciullezza” del M5S che non potrà più dire impunemente “vox populi, vox dei”.

Con lo sconquasso che si preannunzia nel PD, le inquietudini in FI e con la indecifrabilità della Lega sulle possibili alleanze si profila una vera e propria rivoluzione delle famiglie politiche italiane, sia che si vada ad elezioni anticipate sia che la legislatura si chiuda alla scadenza naturale.

Nel primo caso incombe il rischio del giudizio degli elettori che non dà certezze, a prescindere dai sondaggi, nel secondo caso si lavora per stabilizzare equilibri nei centri di potere, al riparo da imprevedibili incursioni.

In primis, c’é il Palazzo del Quirinale per la successione a Sergio Mattarella: sembra essere l’unica bussola di orientamento pro o contro la sopravvivenza delle attuali rappresentanze politiche di Palazzo Madama e di Montecitorio.

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