I cent’anni del Signor Bonaventura e i ricordi di un’Italia tradita

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Desidero festeggiare la ripresa delle pubblicazioni di Ulisse Online, dopo la pausa estiva e la ristrutturazione del sito, con la celebrazione di un successo editoriale di cent’anni addietro, vale a dire un personaggio universalmente noto, quel Signor Bonaventura che quest’anno compie cent’anni (è di buon auspicio per questo giornale) e che comparve per la prima volta sul Corriere dei Piccoli del 28 ottobre 1917.

Il Signor Bonaventura è uno dei più noti personaggi di tutti i tempi, creato appunto cent’anni fa da Sergio Tofano, che si firmava Sto, per il Corriere dei Piccoli, settimanale del Corriere della sera dedicato ai bambini.

Il Corriere dei Piccoli vide la sua prima uscita il 27 dicembre 1908 al prezzo di 10 centesimi e venne pubblicato fino al 15 agosto 1995.

E’ stato il giornale di centinaia di migliaia di ragazzi, adolescenti e giovani: nei periodi di splendore pubblicò fino a 700.mila copie, e ciò, considerata la platea dei lettori, fu un incredibile successo.

Tutti noi di una certa età siamo cresciuti a pane, abbecedario e Corriere dei Piccoli, e il Signor Bonaventura ci ha guidati fino alla maggiore età, con le sue esilaranti trovate, un pupazzo sempre in marsina e bombetta rosse, larghissimi pantaloni bianchi, seguito costantemente dal fedele e inseparabile cane bassotto giallo, e a volte anche dal vanitoso “bellissimo Cecè”.

Nel mondo del Signor Bonaventura entravano costantemente personaggi nobili, buoni e danarosi, ma anche personaggi cattivi che facevano il possibile per creare danni e ostacoli al povero Bonaventura, il quale, disoccupato e povero in  canna, era alla costante ricerca di un  modo per sbarcare il lunario e, nonostante le sue strampalate trovate e la innata predisposizione a cacciarsi nei guai, finiva sempre per superare tutte le traversie della sua esistenza, venendo ricompensato, alla fine di ciascuna puntata, dall’immancabile “milione” che i personaggi buoni gli donavano:  e milione oggi, milione domani, alla fine il Signor Bonaventura si trovò, inconsapevolmente, miliardario.

Il Signor Bonaventura e il suo milione esprimevano, all’epoca, i sogni di un’Italia povera che si ingegnava a fare tutto ciò che era possibile per sopravvivere quotidianamente, e questa fu la grande intuizione del suo creatore, che faceva iniziare tutte le storielle, con le celebri “qui comincia l’avventura…” oppure qui comincia la sventura…”, per concluderle con l’immancabile conquista del premio, il milione appunto.

Qualche anno fa il figlio di Sergio Tofano, Gilberto, ha scritto: «Il mio augurio è che questo personaggio bianco, rosso e sempre verde, nato da una disfatta come quella di Caporetto ed una grande promessa tradita come la Rivoluzione d’Ottobre, continui a trasmetterci le sue discrete e ironiche qualità di una elegante sopravvivenza. Bonaventura, è una figura entrata nel mito, nell’immaginario collettivo, leggera e un po’ calviniana nella sua capacità di porsi obliquamente ai problemi della vita. Un personaggio importante che rimanda a fatti storici e che si fa emblema di una certa stagione. Guai a considerarlo un semplice fumetto».

Il  Signor Bonaventura, prima squattrinato e poi miliardario, mi fa venire in mente un episodio del bel film del 1974 di Ettore Scola, “C’eravamo tanto amati”, che pure esprimeva le frustrazioni, i sogni, le aspettative di una generazione uscita da una guerra che tutto aveva distrutto, ma non le ideologie e la volontà di riprendersi, ad ogni costo, e con i sistemi e gli espedienti che, di volta in volta, le circostanze mettevano a disposizione.

Il film racconta la storia di tre compagni romani di lotta partigiana, Antonio (Nino Manfredi) divenuto portantino all’Ospedale San Camillo ma rimasto idealista nella lotta alle disparità sociali, Gianni (Vittorio Gassman) che ha conseguito la laurea di avvocato ed è divenuto un arrampicatore sociale, e Nicola (Stefano Satta Flores) insegnante a Nocera Inferiore e idealista impenitente che vorrebbe trasformare la società tramite il cinema.

L’episodio al quale mi riferisco, e che accomuno al Signor Bonaventura, è quello che ruota intorno alla figura di Gianni (Vittorio Gassman), Romolo Catenacci (Aldo Fabrizi) palazzinaro, e Elide  (Giovanna Ralli) sua figlia, che presenta un Gianni, squattrinato come gli altri due, ma ideologicamente meno impegnato degli altri, che trova il suo spiraglio sposando la bellissima ma ignorante Elide, figlia del palazzinaro Romolo Catenacci, e diviene così erede di un ingentissimo patrimonio accumulato dal suocero con la ricostruzione di interi quartieri della capitale.

Ma il neo-ricco Gianni, che non si fa scrupolo di quel successo, quando si trova a doversi confrontare con i due ex compagni, prova un poco di vergogna, e questo sentimento è bene espresso in una delle scene finali nella quale il miliardario Gianni si finge parcheggiatore per non evidenziare la sua fiammante Jaguar parcheggiata a fianco della vecchia e sgangherata 500 di Antonio.

Non sappiamo se anche il neo-miliardario Signor Bonaventura abbia avuto lo stesso scrupolo, visto che, improvvisamente, dopo decenni di successi, l’autore e l’editore lo soppressero, anche se continua a rimanere, insieme al Corriere dei Piccoli, nei nostri ricordi e nei nostri cuori.

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