Bonafede vs Di Matteo, la pezza a colori dei decreti antiboss

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I decreti ispirati dal Ministro Alfonso Bonafede sulla concessione e/o revoca a boss e terroristi delle misure alternative al carcere per motivi di salute prevedono procedure rinforzate che coinvolgono Procure antimafia, autorità sanitarie ed il DAP prima dell’emissione dei relativi provvedimenti da parte dei Giudici di sorveglianza.

Il meccanismo messo in campo prefigura un gioco di squadra più stretto. Ma in esso si può leggere in controluce anche una riserva sull’operato e sulle future capacità di comprendere e giudicare da parte del magistrati di sorveglianza. Come dire che l’introduzione dei pareri preventivi dei Procuratori antimafia, distrettuale e nazionale, già contenuti per i 41 bis nella legge istitutiva del 1992, può essere vista come uno zucchero che non guasta la bevanda, ma anche come una zeppa che non inficia la formale autonomia di chi è chiamato ad assumere l’ultima decisione, ma ne condiziona i presupposti dei relativi convincimenti.

Al di là della necessità del rafforzamento dello spirito di collaborazione da mettere in campo per prevenire fenomeni distorsivi nella lotta alla criminalità organizzata, è la tempistica dei citati decreti che suscita riserva sulla genuinità della loro emissione che va ad incrociarsi con l’eco delle voci di indignazione levatesi a seguito del racconto reso in TV dall’ex PM antimafia ed ora membro del CSM Nino De Matteo sulla sua nomina, nel 2018, a Direttore DAT offerta e poi ritrattata dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

Sul punto non era in discussione, né lo è fino a prova contraria, la genuinità dell’impegno antimafia di Bonafede; sono le motivazioni da lui non sufficientemente chiarite e non ancora pervenute sul suo passo indietro a dare credito a supposizioni di pressioni o di opera di persuasione da parte di ambienti non di “coppole storte” ma possibilmente di “colletti bianchi” fuorvianti per scelta politica o necessità di mestiere. Espressioni ben comprensibili per un politico siciliano.

E se tutto questo non c’è stato, né è immaginabile, resta in piedi  l’ipotesi di un pasticciaccio che non esime da responsabilità il titolare di un Dicastero garante di trasparenza difronte al Parlamento che merita risposte ed è meglio se chi è tenuto a darle si svesta dai panni di uomo di Governo, come è accaduto in altre epoche.

Nel suo bagaglio culturale e nell’esperienza vissuta non mancano le fonti di ispirazione etica per interrompere un venticello che fa male a lui ed alle istituzioni. Se ne comprende sul piano della comunicazione l’imbarazzo di dover smentire il dogma della sua parte politica che ha assunto il sospetto come arma di colpevolezze da caricare sulle spalle degli avversari. Ma neanche può passare l’idea  che “chi mette ‘a pezza a culore è ‘o vero dottore”.

Così, secondo forme di interlocuzione sicula, “si sistemano tutte le cose dette e chi non le ha dette è come se le avesse dette” e perciò merita il titolo di “dottore” e di accorto legislatore

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