Ballottaggi, sberla per i leader di centrodestra

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foto tratta dal profilo Fb di Silvio Berlusconi

Assenteismo, riscossa del PD e schiaffo al centrodestra. Sono gli esiti appariscenti dei ballottaggi che confermano apatia o diffidenza dell’elettorato, conferirebbero un ruolo trainante al partito di Enrico Letta nel centrosinistra e rivelano quanto sia rovinosa la disputa tra FI, Lega e FdI per la  leadership politica del centrodestra.

Ne sono emblematici i risultati di Verona ed a seguire Monza, Catanzaro, Alessandria, Parma e Piacenza.

Sono quelli che fanno notizia sul piano mediatico, così come lo sono stati quelli delle città di Palermo e Genova acquisite, al primo turno da coalizioni di centrodestra.

A voler dare retta ai numeri dell’intera tornata elettorale amministrativa nei 142 Comuni con abitanti superiori a 15 mila, il consuntivo si presenta positivo per il centrodestra che ha conquistato 58 Municipi, 4 in più rispetto agli uscenti, ed è negativo per il centrosinistra vincente in 38, 10 in meno rispetto a prima.

Detto questo, resta aperta la questione di prospettiva politica per i futuri appuntamenti in Sicilia, a novembre, per le elezioni regionali ed, a primavera 2023, per il rinnovo del Parlamento nazionale.

È vero che i consensi raccolti nelle competizioni locali non sono riproducibili in altri contesti nei quali ci si confronta su altre variabili, ma sono sempre delle cartine di tornasole sull’affidabilità delle leadership e sulla credibilità delle rispettive offerte programmatiche e sulla loro coerenza rispetto all’attualità sociale ed economica e di contesto geopolitico.

Sul punto ci sono problemi di compatibilità in entrambi i campi tra attuali e potenziali partner che sono o propendono per l’una e per l’altra coalizione obbligati dal vigente  sistema elettorale.

Le intenzioni di voto sondate da diversi istituti di ricerche demoscopiche danno una prevalenza numerica al sodalizio Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. In esso è dato prevalente l’apporto della dotazione di consensi stimati per la leader di FdI, Giorgia Meloni, che non si incrocia con l’attuale protagonismo politico del leghismo di Matteo Salvini e con le diverse anime forziste.

In ciò è configurabile il tallone di Achille di un centrodestra maggioritario nel Paese reale ed emarginato dall’establishment dei centri di potere.

In tal senso  calza, come esempio, l’esperienza di Governo condotta da Silvio Berlusconi, stroncata da fuoco amico: la prima volta ad opera di Umberto Bossi (Lega) e nella seconda dalla contestazione di Gianfranco Fini (AN). Anche le fasi intermedie  poste in essere nell’altro campo, con l’Ulivo di Romano Prodi, sono state interrotte dall’interno della coalizione.

Nel seguito ci sono le turbolenze della legislatura in corso originata da un voto di protesta o populista, che dir soglia, ma animata da una ventata di rinnovamento generazionale nella forma della rappresentanza e negli attori politici; e va verso la conclusione in modo imprevisto e meno paradigmatico per la naturale dialettica di una democrazia parlamentare.

Al di là del contributo di sigle di vecchio e nuovo conio che si affollano in un’area di oscillazione tra un campo e l’altro, il voto di Verona che è motivo di soddisfazione per il centrosinistra che sfonda e fa goal con l’ex calciatore Damiano Tommasi, non può che essere una sberla per il centrodestra che non ha fatto catenaccio.

Per i suoi leader è il momento del ritiro di meditazione, se vogliono tentare di vincere il prossimo campionato.

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