Assegno di divorzio, meno male che il giudice c’è

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Parafrasando un celebre slogan, diffusissimo all’epoca del primo Berlusconi, quello che “scese” in politica per il bene del Paese, slogan che riempiva le bocche e le piazze dei suoi sostenitori che lo osannavano al grido di “meno male che Silvio c’è”, mi vien da pensare che sarebbe, oggi, il caso di riesumarlo ammodernandolo, e farlo diventare “meno male che il giudice c’è”.

Infatti, il questo “bel” paese, non si può non osannare e rendere merito alla Magistratura quando, finalmente, fa piazza pulita di politici, politica, burocrazia e storture legislative sostituendosi con il suo “stra”-potere a quei poteri che, sebbene delegati a legiferare per rendere la vita dei cittadini meno problematica, molto spesso, grazie al malcostume di fare leggi non chiare e di difficile applicazione, la rendono invece più complicata: nella maggior parte dei casi, infatti, sentenze che sconcertano l’opinione pubblica e che vengono con troppa facilita imputate ai giudici, sono l’effetto pratico di quelle storture legislative.

Nei giorni scorsi la sentenza della Corte di Cassazione del 10 maggio 2017, n. 11504, ha abolito una palese ingiustizia che le leggi non hanno saputo mitigare: è quella che riguarda il cosiddetto “assegno di divorzio”, vale a dire quel vitalizio che, in caso di separazione o di divorzio, il coniuge più benestante deve erogare all’altro meno abbiente.

E’ una sentenza che fa storia e che abolisce la centralità del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, sulla base del quale i giudici hanno finora calcolato il quantum da erogare.

Per intenderci, se durante il matrimonio il tenore di vita si basava, ad esempio, su un introito mensile di diecimila euro, venendo a cessare il matrimonio al coniuge più debole veniva riconosciuto un assegno mensile, a carico dell’altro coniuge, tale da mantenere invariato quel tenore di vita; e giacché, nella maggior parte dei casi, il coniuge più “ricco” era il marito, nel mentre la moglie era ritenuta, molto spesso a torto, la più debole e danneggiata, alla stessa veniva destinato un assegno sostanzioso tale da garantirle lo stesso tenore di vita precedente, a nulla valendo le motivazioni dell’altro, in tanti casi fondate, sulla impossibilità di pagare.

Quanti di noi hanno conosciuto mariti separati o divorziati che, sulla base del suddetto criterio, costretti a “garantire” alla moglie un determinato tenore di vita, si sono impoveriti e, in tanti casi, sono stati portati alla indigenza, giacché non tutti sono dei Berlusconi o dei Baudo (per citare solo due casi eclatanti ed emblematici).

Ora la Corte di cassazione ha deciso di dire addio alla “centralità del tenore di vita” stravolgendo una prassi lunga decenni, ed ha posto finalmente fine ad un fenomeno sociale basato, in tanti casi, sull’arrivismo di quelle donne che avevano conquistato con il matrimonio un tenore di vita agiato che mai avrebbero potuto permettersi e poi, una volta stanche del compagno, hanno ottenuto la separazione o il divorzio, ma hanno continuato a mantenere quel tenore di vita.

E’ prevedibile che questa sentenza influirà decisamente sul contenzioso in essere e ne procurerà di nuovo.

Ma un fatto è certo; se un matrimonio va a carte quarantotto, nessuno potrà più illudersi di fare il nababbo a spese dell’altro coniuge, e anche le donne, che hanno con tanta determinazione conquistato la parità dei diritti, dovranno darsi da fare per conquistare anche quella indipendenza economica che consenta loro di non essere sempre considerate il fanalino di coda della famiglia o della società, spesso artatamente. (foto Giovanni Armenante)

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