Appello al voto e ‘a cazzimme dei gattopardi

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foto Angelo Tortorella

Nei titoli di coda della campagna elettorale spicca il “no” secco di Mario Draghi ad un ritorno a Palazzo Chigi. Perché, vanifica l’idea di un uso improprio nell’agone elettorale del “bis” utilizzabile come bandiera o come fonte di contestazioni. Ma, soprattutto, ha il senso di un richiamo al mondo della politica a riprendere il proprio ruolo e ad assumerne le peculiari responsabilità di Governo.

Tuttavia, la sua figura continua ad aleggiare o ad incombere sullo scenario elettorale domestico per mandato di circoli internazionali che gli attribuiscono prestigio e “patente” per rendere l’Italia affidabile anche dopo l’esito che uscirà dalle urne.

Come una sorta di paracadute per le élite insediate nei centri dei poteri dominanti qualora il nuovo Parlamento non fosse in grado di esprimere una coesa maggioranza di loro gradimento.

Si tratta di una eventualità leggibile nel linguaggio di bizzarre alleanze litigiose nell’ambito delle medesime coalizioni per diversità di ispirazioni culturali e di impostazioni programmatiche.

A parte il duo Calenda/Renzi che continua ad agitare la “Agenda Draghi” nella prospettiva di conseguire un risultato di mediazione, il grosso del consenso di coloro che si recheranno alle urne se lo contendono, da una parte,  il centrodestra di FdI, Lega, FI e Moderati, e dalla parte opposta il centrosinistra costituito da PD, SI, Verdi e +Europa.

Fra i due blocchi si colloca il M5S che, meno condizionato da culture politiche pregresse, punta sul disagio sociale e sul recupero dell’antipolitica delle sue origini.

Su questo schema incombe l’astensionismo di un elettorato frastornato dall’agitazione di tematiche improprie rispetto ai bisogni reali del Paese e spinto all’indecisione dal combinato disposto di un sistema di voto che non consente un rapporto di conoscenza e fiducia tra elettore e candidato da preferire.

Perciò, l’appello al voto vuol dire restituire dignità alla sovranità del popolo e salvaguardia della libertà di scelta rispetto ad una propaganda tendente a demonizzare ed a portare a sperdere l’opinione pubblica su presunti rischi autocratici o fascistoidi per la convivenza democratica piuttosto che a confrontarsi su questioni valoriali cristiani e di laicità o di forte impatto economico e sociale in relazione agli indirizzi UE su energia, Euro e politiche per l’immigrazione e ridistribuzione della ricchezza e lavoro in ambito nazionale.

Il loro insieme rappresenta una fotografia di temi reali ritenuti più sentiti e divisivi tra 16 famiglie politiche censite da Cluster 17 e Fatto quotidiano, dalla destra alla sinistra ed al di fuori di tale schema. Sul punto si misura l’ambiguità o la lealtà dell’offerta politica dei competitori in campo.

Di certo non è un buon viatico la disponibilità dichiarata a raccogliere voti per dare vita nella prossima legislatura ad una nuova ammucchiata emergianziale fra diversi non per governare ma per fermare l’alternativa della controparte di destra, ritenuta autoritaria.

Sarebbe una stonatura, ma sufficiente, per autismo ideologico o per conservazione di posizioni di potere, far dire al filosofo Bernard Henri Levy della sinistra francese sulla situazione italiana che “non bisogna sempre rispettare l’elettorato”, in stile o “cazzimme” gattopardesca.

Si comprende la diffidenza diffusa verso l’universo di un sistema di partiti senza ideali in balia di poteri eterodossi, ma non si giustifica la rinunzia all’uso di una matita per dovere, volere e potere di cambiamento.

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