Fra Gigino e il suo incerto futuro

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foto Gabriele Durante

Non credo che la parentesi di fra Gigino a Cava sia veramente conclusa, pure se per le voci dei portici fra Luigi Petrone, il monaco della comunità francescana del Convento di S. Francesco d Sant’Antonio di Cava de’ Tirreni, autore della ricostruzione del complesso monastico, seriamente danneggiato dal terribile terremoto del novembre 1980, sembra sia stato estromesso da tutte le attività del convento e della Chiesa.

Qualcuno collega questa estromissione alle sempre più frequenti assenze del frate nel convento e nella chiesa, e l’ultima, la più eclatante, quella in occasione della cerimonia religiosa del 4 settembre con la levata del panno dell’immagine di San Francesco, esattamente un mese prima delle solenni celebrazioni del Poverello d’Assisi.

Non sono pochi i cavesi che vedono con soddisfazione una eventualità di questo genere, nostalgici della Chiesa com’era prima del crollo, oggi totalmente cambiata, ingrandita, modernizzata, più aderente alle esigenze odierne.
Né sono pochi coloro che non hanno visto benevolmente l’aggregazione di tantissimi pellegrini intorno a questa comunità francescana, sulla quale fra Gigino ha puntato il rilancio, probabilmente aiutati da una parte del clero che ha soffiato sul fuoco, e non sempre per motivi di etica religiosa: mossa, probabilmente, dall’invidia nel constatare le folle che il convento e la chiesa ospitava confrontate con i vuoti che si registravano, nelle stesse giornate, in altre chiese e in altre comunità.
Né sono pochi coloro che vorrebbero il ritorno alle origini, vale a dire al cerimoniale religioso austero, tutto incensi, prediche e tradizionalismi, quelle funzioni religiose alle quali i fedeli assistono senza partecipare, solo per obbligo catechistico previsto dal terzo comandamento, ma praticamente senza alcun effettivo interesse per il rito, meno che mai partecipazione, spesso guardando l’orologio per vedere quanto altro debba durare quello strazio.

Mi chiedo e chiedo: ma è questo che quei fedeli che non hanno in simpatia fra Gigino, veramente vogliono?
Io sono perplesso e intimamente portato a non crederlo, giacché, se questo corrispondesse alle vere intenzioni di quei fedeli, dovrei considerarli i nostalgici della chiesa caduta per il terremoto, dei ruderi ancora in bella vista, dei quattro anziani frati che si limitavano a poche cerimonie religiose in determinate occasioni, dei quattro centesimi di oboli festivi raccolti in stanche questue: insomma nostalgici del tempo che fu e che oggi non è più.
Il mondo corre, con passi da giganti, la chiesa non può non stargli dietro, i vecchi e superati cerimoniali non vanno più inseguiti, il Concilio Vaticano Secondo voluto da Giovanni XXIII ha dato la prima grande svolta e i Pontefici che l’hanno succeduto hanno operato in quel solco, oggi Francesco sembra incarnare più di tutti l’anelito della chiesa a stare al passo con i tempi, a stare vicina alle masse, da conquistare alla fede anche mediante riti non propriamente religiosi che però aggregano.

Fra Gigino, a Cava, non ha fatto altro che mettere la comunità al passo con i tempi, e, oltre ad aver avuto il grande merito di effettuare la ricostruzione della chiesa e del convento, ha avuto anche la intuizione che se l’opera fosse rimasta una splendida cattedrale nel deserto nessuno, a parte gli originari apprezzamenti, l’avrebbe quotidianamente vissuta, come invece è stato nell’ultimo ventennio.
Ed è per renderla fruibile ad un numero sempre crescente di fedeli e pellegrini ha “inventato” innumerevoli attività aggregative che hanno raccolto attorno alla comunità folle di pellegrini provenienti non da Cava, almeno non solo, ma da tutta la Campania e da altre regini d’Italia, ed ha creato una rete che si estende alla Sicilia, alla Puglia, e ad alcune città della Spagna.

Ma allora, dicono i detrattori, più che un frate è stato un imprenditore? Forse si, ma se si deve stare al passo con i tempi, e l’imprenditore aiuta, ben venga anche l’imprenditore, che si chiami fra Gigino o fra Pincopallino.
D’altronde basta girarsi intorno per rendersi conto della necessità di fare ciò.
E se non si vuole andare lontano, basta guardare alla Basilica della Beata Vergine del Rosario di Pompei, che già da decenni si è data una struttura del genere, tant’è che in talune occasioni pure ha avuto critiche.
Per non parlare dei santuari che sono divenuti fari di francescanesimo, come quelli di Assisi e di La Verna, dei quali già in precedenti occasioni ho parlato: anche essi si sono adeguati ai tempi ed alle moderne esigenze dei pellegrini, ed hanno addirittura trasformato i conventi in alberghi e ostelli, e i refettori in ristoranti.

Per non parlare di Lourdes, o Fatima, e oggi Medjugorje.
Tutti ispirati da Satana? Ma mi facciano il piacere, per dirla con Totò.
E per tornare a fra Gigino ritengo che le autorità della sua la comunità, che lo hanno già relegato (o almeno hanno tentato di farlo) in un angolo, inviando a Cava altri frati “in aiuto”, farebbero bene a riflettere sul trascorso ventennio durante il quale il frate è stato il “deus ex machina” della ripresa del santuario, e, considerati i risultati, piuttosto che limitarlo e comprimerlo, nuovamente motivarlo affinché riprenda le redini e prosegua nell’opera avviata.
Tutto, mi sia consentito, per la gloria di Dio, San Francesco e Sant’Antonio.

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