Ucraina, non si spegne il fuoco con il fuoco

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Fare tacere le armi sarebbe un primo passo per fermare una guerra “insensata”, come Papa Francesco ha definito il conflitto russo/ucraino.

Senza una riconciliazione non ci potrà essere pace, perché sotto le ceneri delle bombe tornerebbero a covare il fuoco delle lacerazioni di affetti umani perduti e l’angoscia dello smarrimento di riferimenti esistenziali.

Sono lasciti di tutte le guerre, fonti di risentimenti e nuovi conflitti come da insegnamento consegnatoci dal secolo scorso.

Il paradigma novecentesco, imperialismi/nazionalismi e democrazie/totalitarismi, riproposto nell’attualità supera i confini della territorialità e delle ideologie, essendo condizionato dalla disponibilità di armi nucleari e dall’interconnessione di fabbisogni di materie prime dell’energia e  dell’alimentazione.

Entrambi strumenti di deterrenza e ricatto inquietano l’Europa, già toccata nella coscienza della sua gente dai cupi suoni delle sirene e dalle immagini (ieri in bianco e nero oggi a colori) di rifugi dalle bombe e di fughe di famiglie, soprattutto di bambini e mamme, dagli affetti domestici verso incerte mete. Sul punto non bastano solidarietà e generosità dell’accoglienza.

In prossimità  del quarantesimo giorno di combattimenti non c’è tempo per attardarsi in argomentazioni di natura etica e giuridica su aggressore ed aggredito e non c’è spazio per altre sfide deputate ad accrescere conflittualità e tensioni.

Il botta e risposta sulle sanzioni e la contemporanea fornitura di armi pesanti all’Ucraina oggettivamente ne rinforzano la resistenza ma non sono d’aiuto alle diplomazie nella ricerca di possibili negoziati.

Stante l’evoluzione del rapporto di forze in campo è legittimo chiedersi se si vuole chiudere il conflitto con un trattato di pacificazione o di mortificazione di uno dei contendenti. Mentre, a voler dare un senso alle parole del Presidente degli USA, J. Baden, l’opzione politica sembra essere il ribaltamento di V. Putin.

Presentarlo come il nuovo male assoluto, essa rientra nella dottrina dell’egemonia assunta dalla Casa Bianca di Washington dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Ricordarlo non si vuole evocare il rito pacifista, in voga negli anni 60/70, di bruciare o la bandiera americana o quella russa, a seconda dei pregiudizi nutriti per l’una o l’altra parte dell’emisfero geopolitico.

C’è, invece, una bandiera da sventolare, con ragione, ed è quella dell’Ucraina resistente e si spera che ci sia anche quella di una Europa propositiva, libera da ricatti e da infingimenti geopolitici, avendo coscienza e conoscenza delle tragedie prodotte dalle guerre per averle vissute sui propri territori.

Al di là delle valutazioni politicamente più o meno corrette rispetto a situazioni attuali e prospettive di nuovi conflitti, sarebbe eticamente scorretto chiudere e consegnare alla storia la narrazione di questa guerra sulle capacità muscolari di Putin e di Biden.

C’è qualcosa di più per cui vale la pena lavorare rispetto a riassetti territoriali  o di supremazie militari: la salvaguardia di vite umane e di una civiltà fondata su una comune fede cristiana.

Ed è nel tavolo di Papa Francesco, portando a Kiev parole di riconciliazione al posto dei tank, nella consapevolezza realistica e non solo spirituale che “non si può spegnere il fuoco con il fuoco, né asciugare l’acqua con l’acqua, così come – parole di Lev Tolstoj –  non si può eliminare la violenza con la violenza”.

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