Svolta nel centrodestra, fine del bipolarismo mascherato

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foto tratta dal profilo Fb di Silvio Berlusconi

Le consultazioni amministrative del prossimo mese di giugno offrono, per numero e dimensioni delle Città interessate, materia di riflessione per misurare lo stato di salute dei partiti in vista di quelle politiche del 2023 per il rinnovo del Parlamento.

Si vota in 982 Comuni, di cui 4 capoluoghi di Regione e 21 di Provincia. Il risultato più atteso è quello che uscirà dalle urne di Palermo, dove due candidature di centrodestra per Palazzo delle Aquile sono di già deputate a segnare una svolta di valenza nazionale.

Si misurano da una parte Lega e Forza Italia e dall’altra Fratelli d’Italia, Diventerà Bellissima, UDC e renziani,  con l’aggiunta di cespugli locali in appoggio per ciascuno dei due candidati a sindaco.

Poteva o doveva essere la prima occasione per ricomporre lo strappo della coalizione consumato tre mesi  fa in occasione dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Da allora sono saltati tutti i possibili incontri tra i maggiori partner della coalizione (Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni) per dirimere incomprensioni e risentimenti, tanto da far dire ad Ignazio La Russa (FdI) che è stato più semplice  “tenere la Conferenza di Yalta”, per l’assetto geopolitico post seconda guerra mondiale, che convocare “un vertice” tra i tre sulle questioni delle candidature in Sicilia per il Sindaco della Città di Palermo ed il Presidente della Regione.

A parte le specificità locali, condizionate da capricci ed ambizioni personalistiche poste in essere per bloccare la ricandidatura dell’uscente Presidente della Regione, Nello Musumeci, la separazione tra FdI, da una parte, e Lega e FI, dall’altra, sconta sia la loro diversa collocazione rispetto all’Agenda politica del Governo Draghi e sia la competizione per la leadership del centrodestra.

Se ne avranno maggiori lumi dalla Conferenza programmatica di FdI in corso a Milano.

La tensione dei rapporti investe altre situazioni locali, come Parma, Catanzaro e Viterbo, manifestandosi una sorta di incompatibilità politica che va oltre le vicende personali. Il che lascia immaginare una difficile ricomposizione anche per i prossimi appuntamenti.

Come dire che il dato è tratto per un un cambiamento di scenari, non solo nell’area di pertinenza dei partiti storici di centrodestra, ma anche nel contesto delle offerte politiche in campo nazionale. Saltando uno dei due poli di aggregazione intorno ai quali si sono  cristallizzati per oltre 25 anni  riferimenti per gli elettori e stentando il PD a comporre il suo “largo campo” dopo lo tsunami che ha sconvolto le identità del M5S, si può dire esaurita la fase, tentata e mal riuscita, delle alternanze espresse dagli elettori ma poi rimescolate e geneticamente modificate nei corridoi del Parlamento.

Vicende e giravolte della legislatura in corso ne sono esempio e, con la formula “imposta” piuttosto che mediata della nascita del Governo Draghi, testimoniano sterilità di idee e di comportamenti delle forze politiche in campo incapaci di tradurre in governabilità le investiture conferite dagli elettori.

Viene spontaneo chiedersi perché votare per i colori di mandati diversi che dopo si diluiscono nel grigiore dell’indistinto? Non basta un semplice cambio di legge elettorale per rigenerare la lealtà degli attori della politica: il trasformismo ha retto con il maggioritario, con o senza collegi uninominali, misto o coretto con quote proporzionali.

Da quello che si è visto nelle due ultime legislature commissariate da leader non eletti, sembra che si sia disperso il senso etico del giuramento degli antichi ateniesi candidati ad assumere responsabilità di governo, impegnandosi con gli elettori di “restituitevi la città più bella di come mi è stata consegnata”.

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