Quirinalizie, tutto può succedere

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Tutto può succedere nell’Aula di Montecitorio a partire dal 24 gennaio con l’inizio delle votazioni per l’elezione del nuovo Capo dello Stato.

Alla fine un esito ci sarà ed è d’obbligo l’uso dell’articolo indeterminativo, perdurando lo stato confusionale con cui i partiti mostrano di avviarsi verso tale appuntamento. Il voto segreto è la variabile Covid ne accentuano l’incertezza, a prescindere dalla conta delle forze in campo.

Ai nastri di partenza nessuno degli schieramenti componibili per affinità e parentele elettorali ha la disponibilità dei voti necessari per il quorum utile a partire dal quarto scrutinio.

Si capiscono lo stallo del confronto sul profilo del nuovo inquilino del Quirinale, puntando su una fruttuosa “campagna acquisti”, ed il lavorio sotto traccia dei cosiddetti King maker per aggregazioni impossibili da realizzare alla luce del sole.

L’idea pentastellata di riconfermare al Quirinale il Presidente Sergio Mattarella, che ha ribadito più  volte la sua indisponibilità, metterebbe fuori  campo la possibile candidatura di Mario Draghi, che resterebbe congelato a Palazzo Chigi, e quella di Silvio Berlusconi, ritenuta “irricevibile”, anche dal Segretario del PD, Enrico Letta.

Cosi, i suoi promotori, il cui Movimento è maggioranza relativo in Parlamento, si solleverebbero dall’onere di accordarsi su una nuova figura autorevole e di garanzia, anche nel prossimo settennato, per l’equilibrio del sistema politico nazionale e nei confronti delle istituzioni internazionali.

Un requisito, quest’ultimo, sottovalutato in passato, oggi necessario rispetto all’interconnessione con gli organi di governo e di indirizzi in materia fiscale, di giustizia e di politiche comunitarie dettate dalle cancellerie dell’UE.

Un ruolo di vigilanza in più rispetto alle funzioni notarili o di “picconatore” o di commissario che nel tempo sono state attribuite ai diversi inquilini del Colle, per i loro interventi ed esternazioni sulle condizioni di agibilità politica del Parlamento o su scelte degli Esecutivi di turno.

Si tratterebbe  di una presa d’atto non prevaricante, optando per un profilo che possa offrire credenziali oltre i confini nazionali, stante la incertezza di governabilità duratura che l’inquietudine dei partiti attuali non lascia ben sperare anche per la prossima legislatura.

A leggere le cronache, non sembra che su questa prospettiva si stia lavorando nei corridoi dei Palazzi romani. Prevalgono le notizie della caccia a convergenze numeriche praticata dagli sherpa in opera sia nell’area del centrodestra a sostegno di Silvio Berlusconi che in quella del centrosinistra in cerca di una candidatura alternativa, che finora non ha un nome e Cognome.

In entrambi i casi si gioca al buio imposto dal segreto delle urne. Perciò, nel centrodestra si capiscono la riserva di Berlusconi non sciolta e le richieste di Matteo Salvini sulla consistenza della “campagna acquisti” e di Giorgia Meloni sulla lealtà dell’alleanza, a prescindere dal raggiungimento o no del quorum quirinalizio.

Questioni di lealtà si levano anche sull’altro fronte del sodalizio giallorosso, nel quale pesa l’obiettivo dei pentastellati di conservare la scadenza naturale della legislatura, qualunque sia l’esito per l’elezione del Presidente della Repubblica.

Ed è la rigidità del quorum fissato a renderli attori protagonisti, così come sono determinanti le aggiunte di forze minori di cui Matteo Renzi, detiene la Golden share.

Si può dire che nulla è prevedibile secondo un copione non scritto è già praticato. Con buona pace per i predicatori di innovazioni senza i fondamentali di una cultura politica necessaria per avanzamenti senza avventure populistiche.

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