Portatori sani di stemmini

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foto tratta dal profilo Fb della Camera dei Deputati

Ancora qualche ora e il concorso dal titolo “indovinate il nome del nuovo presidente del consiglio” andrà a concludersi con l’estrazione del vincitore.

E speriamo anche di qualche premio e non solo castighi per gli Italiani.

Ma per un momento lasciamo il commento allo sport più amato nel bel suolo italico dopo il calcio (la formazione degli Esecutivi, naturalmente, e dei programmi per aggiustare le cose, perché se fossi io al governo…) per aprire un piccolo file sul nuovo che avanza. Perché l’impatto del nuovo con le aule sorde e grigie è stato enorme: 65 parlamentari su cento risultano essere degli absolute beginners, più nuovi di una moneta da due euro appena uscita dalla zecca.

E poi giovani, tanto giovani, i più giovani della storia d’Italia: alla Camera una media di soli 44 anni.

La cosa fantastica è che, se li guardi, capisci subito a quale tribù politica possano appartenere per via di alcuni arredi antropomorfi incorporati, in particolare gli zainetti, portati a spalla dai grillini come fossero tutti afflitti da una forma di gibbosità invalidante.

Ma ci sono anche altri elementi identificativi, a guardarli da vicino. E sono i distintivi nell’asola della giacca. In questo le tribù si mostrano assai attente e identitarie: le cinque stelle allineate, riservate solo ai parlamentari e non acquistabili nello store del blog ufficiale, per i grillini, la silhouette di Alberto da Giussano per i leghisti. E non manca qualche forzitaliota della prim’ora con il suo bel tricolore bonsai sventolante.

La moda dell’asola ripiena di stemmi, a ben vedere l’aveva lanciata proprio il Berlusca, nella sua più remota stagione, quella degli esordi, quando stravinse il turno del ‘94 e si trovò con un esercito di dipendenti Fininvest distribuito a grappoli tra Camera e Senato. In fondo, non c’era una grande soluzione di continuità: dal distintivo aziendale a quello parlamentare. Ma torniamo a stemmini e spillette contemporanei.

Perché mai questo revival che sta a mezzo tra le usanze dei Rotary e dei Cavalieri della Repubblica? Gli psicologi avrebbero cose da dire. Per esempio che l’asola farcita corrisponde ad un bisogno di identità che la politica non riesce più a conferire con le sue idee, per cui per stare da qualche parte occorre “marcare esteticamente” la propria posizione, altrimenti illanguidita dentro il nulla che avanza. E qualcuno potrebbe far ricorso alla teoria del gruppo minimo, che divide nettamente amici e nemici dando cittadinanza e legittimazione a tutti e due.

Insomma: usare la spilletta come segno di appartenenza, di accoglienza in una comunità, di uscita dall’anonimato.

In Parlamento, però, potrebbe alludere verosimilmente anche ad un’altra cosa, coerente con le note posizioni manifestate contro l’art. 67 della Costituzione che fa ogni deputato e senatore libero dal mandato imperativo. Potrebbe, infatti, voler dire: io appartengo alla lista che mi ha eletto, e rinuncio a quell’autonomia che la Costituzione mi riconosce.

Può essere. Intanto, però, c’è un’applicazione pratica: fino a che non si faranno un nome per conto loro, i portatori sani di stemmini e spillette saranno immediatamente riconoscibili.

Dal popolo, oltre che dagli addetti ai lavori. E francamente non so dire se quest’ultima possibilità non rappresenti un rischio…

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