L’incompetenza al potere come stato di necessità

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Appropriate o no, non sono lusinghiere le valutazioni sulla compagine governativa italiana giallo verde esternate dal Segretario generale dell’OCSE, Angel Gurria, e dal Presidente della Commissione Eu, Jean-Claude Junker.

Il primo contesta e ritiene dannose i provvedimenti di Lega e M5S: quota 100 e reddito di cittadinanza; il secondo dà del bugiardo ad alcuni ministri di casa nostra.

Si tratta di avvertimenti sulle prospettive dell’economia italiana, gravata da un pesante debito pubblico, condivisi anche da altri organismi internazionali, ma respinti dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per il quale il rallentamento messo in conto dal suo Governo sarà superato nel medio-lungo periodo. Meno diplomatica è stata la reazione dei vice-premier Luigi Di Mario e Matteo Salvini, i quali rimandano ai mittenti le contestazioni, accusandoli di esprimere giudizi preconcetti e non attendibili da chi ha già dato prova di fallaci previsioni.

In vista delle elezioni europee, questa animata diatriba ha un senso sul piano della propaganda politica, ma è fuorviante per chiunque vive e fa i conti sull’oggi e sul domani, in termini sia di sopravvivenza che di prospettive. Né lo aiuta a comprendere dove stia il campo dei “cavalli di razza”, espressione in uso nei partiti della prima Repubblica, e dove si esibiscono i “ciucci”, nel senso di un antico ed obsoleto linguaggio scolastico.

La metafora riguarda gli antagonismi domestici tra i perdenti alle Politiche in cerca di rivincita ed i premiati dalle urne. Di certo PD e FI, che dovrebbero guidare le alternative di centrosinistra o di centrodestra, non sono esenti da responsabilità, per esperienze pregresse, nella formazione del debito pubblico, osservato speciale delle Agenzie di rating; nello stesso tempo Lega e M5S, contraenti forzati del cosiddetto “contratto di Governo”, non si ritrovano sulla medesima lunghezza d’onda, per quanto riguarda le strategie da adottare in termini di politiche di sviluppo.

Il che lascia in piedi i dubbi sulle prospettive di crescita prefigurate dal Governo in controtendenza con i convincimenti degli analisti italiani ed esteri. Il clima da campagna elettorale permanente non agevola un sereno confronto, né contribuisce a tacitare le critiche verso l’operato del Governo sul quale pesa la tensione dei rapporti tra M5S ed il Ministro Giovanni Tria, garante dei conti e dei saldi nei confronti della Commissione Eu. Stavolta, il dissenso o la diversità di vedute non può essere liquidato dal Premier Conte con un invito al Ministro Tria a “studiare di più” ed a “leggere le carte”, così come aveva reagito con aria da docente di diritto verso un allievo svogliato, impersonato da Salvini, in materia di adozioni.

Sullo sfondo c’èuna crisi che va oltre le stanze di Palazzo Chigi, perché coinvolge il sistema delle relazioni istituzionali, domestiche ed internazionali, e mette  in gioco le garanzie delle autorità indipendenti, che assicurano terziarietà rispetto agli umori ed ai capricci della politica. Ne è un esempio il disegno di mettere becco e mani nel governo del credito e di Bankitalia.

Le Europee sono un tappa e finché non si formino alternative credibili vale il vecchio adagio popolare: o ti mangi sta minestra o ti butti dalla finestra; questo è ciò che passa il convento e fino all’arrivo dei “novizi” è preferibile una “asinocrazia” conosciuta alle avventure del trasformismo dei voltagabbana, già sperimentato. Come dire: meglio rimettere il mandato al corpo elettorale che ricorrere alla rianimazione praticata “fai da te” all’interno del Palazzo.

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