Il Deserto dei Tartari

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I libri, talvolta, sono come i fondi di caffè. Ciascuno, soprattutto nei momenti di incertezza, ci legge quello che vuole.

Ciononostante, esistono, per fortuna, frammenti di significato anche universale.

Soprattutto in questi tempi, in cui il deserto, umano e immateriale, sembra farla da padrone, “Il Deserto dei Tartari”, opera maestra di Dino Buzzati, sembra risuonare.

Mai come in questo tempo in cui, chiusi dentro casa, siamo forzati a confrontarci con i deserti che ci portiamo dentro, l’opera di Buzzati prende di nuovo forma e attualità. Ma il deserto non è solo un luogo di abbandono e nulla anzi è tutt’altro. Dentro ci sono tutte le cose che non abbiamo raggiunto, quelle che abbiamo realizzato ma fino ad un certo punto, i limiti e le cose che non siamo capaci di riconoscere.

Per certi aspetti, tutto quello che siamo, e che non siamo, è il deserto che ci rappresenta.

Questo è uno dei tanti messaggi che si possono trovare dentro “Il Deserto dei Tartari” di Buzzati.

Nato nel 1906 e vissuto a cavallo tra due epoche e due mondi, l’inizio del Novecento e la guerra fredda, Dino Buzzati può essere considerato come uno dei principali interpreti di una scrittura magica e fantastica, capace di smontare le esagerazioni del presente attraverso il ricorso all’invenzione e alla creatività.

“Il Deserto dei Tartari”, rappresenta un esempio di tutto questo. L’opera racconta di un giovane ufficiale di fanteria, Giovanni Drogo, che viene inviato a fare la “gavetta” in una Fortezza che, collocata tra le montagne, rappresenta l’avamposto contro il Nemico.

La Fortezza affaccia da un lato verso il paese, il mondo civile, e dall’altro guarda verso un deserto fatto di nulla dove la notte, dicono i soldati, si sentono voci e si vedono fuochi accesi, del temibile Nemico che avanza: I tartari.

Trascorsi alcuni giorni dal suo arrivoal Forte, il giovane ufficiale prova un senso di oppressione e fa di tutto per andarsene. Ma nel momento in cui sta per essere trasferito, Drogo si sente come attirato dal mistero che la Fortezza rappresenta e decide di rimanere.

In quel posto ci rimarrà per il resto della sua vita. Conoscerà ogni singolo centimetro di pietra del forte e condividerà ogni suo respiro tra quelle mura.

L’ufficiale sacrificherà la sua vita nell’attesa, spasmodica e assoluta, di un Nemico, il tartaro proveniente dal deserto, che non arriverà mai. Un Nemico che, si intuisce sin da subito, diventa l’unica cosa per la quale abbia senso esistere.

Se ne renderà conto solo alla fine dei suoi giorni quando dovrà lasciare il Forte per infermità. In un momento, vede tutto il tempo che ha sacrificato e la vita, nel paese, a cui ha rinunciato. Rivede le notti al freddo, le estenuanti marce, le interminabili giornate di guardia tra i camminamenti, tutto il tempo donato all’attesa del Nemico, il cui solo pensiero era in grado di animarlo per giorni.

Per questo, “Il Deserto dei tartari” sembra parlare a tutti quanti noi.

Quanti hanno lasciato, stanno lasciando, continuano a lasciare, la propria Casa – intesa come insieme delle cose veramente rilevanti – per sacrificarsi per una “Fortezza?

Quanti di noi aspettano un Nemico immaginario – che non arriverà probabilmente mai – come l’unica cosa che abbia un senso?

Quanti non stanno vivendo se non in un futuro che, in realtà, non esiste?

Non è il momento dei rimpianti ma riscoprire l’opera di Buzzati può diventare l’occasione per guardare un attimo alle cose “care e pesanti” che abbiamo a portata di mano.

Quelle che Google, almeno per ora, non ci sa indicare ma che, se ci fermiamo un istante, sappiamo bene quali sono.

Mai come in questo momento, sono l’unica cosa, di Senso, a cui aggrapparsi.

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