Il contratto di governo di Di Maio… meglio le urne che la pulizia politica ad personam

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Luigi Di Maio (tratto dal profilo Fb)

Il candidato premier del M5S Luigi Di Maio rivendica la Golden share nel prossimo Governo della Repubblica e preferisce firmare il “contratto” del relativo programma con la Lega o con il PD, escludendo FI ed alcuna possibilità di rapporto con Silvio Berlusconi.

Sono le coordinate che egli va ripetendo in virtù del risultato elettorale che assegna al suo Movimento una centralità numerica in Parlamento per la formazione di maggioranze autosufficienti. Così argomenta la sua proposta offerta, in maniera indifferenziata, all’uno o all’altro partner richiamando l’esperienza dei “contratti di Governo” praticata dalle principali forze politiche in Germania dal 1961.

Ne spiega l’articolazione nel Blog del M5S, precisando che si tratta di un documento in cui sia scritto “nero su bianco, punto per punto” quello che si vuole fare secondo una predeterminata tempistica. Così concepita, sembra essere una trovata più vicina al “contratto con gli italiani” sottoscritto, qualche decennio fa, da Silvio Berlusconi nel corso del programma televisivo della Rai “Porta a Porta”.

Altra cosa è la koalitionsvertrag, una dichiarazione di volontà politica per nulla vincolante sul piano giuridico sia in Germania che in Italia: per la nostra Costituzione (art. 67) “ogni membro del Parlamento esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. L’ultima koalitionsvertrag, a sostegno di Angela Merkel, sottoscritta dai conservatori di Cdu/Csu e dai socialdemocratici della Spd contiene un generico impegno per rilanciare “Una nuova partenza per l’Europa”.

Non c’è nulla di dettagliato rispetto alla formula descritta da Di Maio, della quale non si conoscono i contenuti. Perciò, si capisce la indisponibilità del PD a dialogare sul nulla e si comprende la richiesta di Matteo Salvini di privilegiare la discussione sui problemi rispetto ai veti. Sul punto il leader della Lega, da un lato, vuol vedere la consistenza della posta che il M5S è disposto a mettere sul piatto, e, dall’altro, si gioca la dignità politica, dal momento che la sua forza contrattuale trae origine da un contesto di alleanze ratificato da elettori consapevoli del ruolo di Silvio Berlusconi, nei cui confronti pende una sorta di fatwa pentastellata.

La ricomposizione dei leader del centrodestra in un’unica delegazione per il secondo giro di consultazioni al Quirinale è un segnale di chiarezza che restringe lo spazio dialettico di manovra di Luigi Di Maio, dibattuto  tra il conseguimento della Golden share ed il rispetto del sentimento di rottura del suo elettorato verso tutto ciò che ha il volto della cosiddetta vecchia politica. In questo dilemma c’è il limite del M5S che rende la sua rappresentanza non alleabile in un sistema di democrazia parlamentare in cui le relazioni politiche si costruiscono con il dialogo e con il compromesso.

I divieti fanno parte di altra cultura e sanno di “pulizia etnica” se ad personam. Se dovesse prevalere la loro logica è meglio ritornare alle urne: quatto meno per verificare il livello di gradimento popolare verso questa metamorfosi del sistema politico italiano.

2 Commenti

  1. 8/04/18 – by Nino Maiorino – Assolutamente non concordo. Gli accordi si fanno sedendosi al tavolo, con molta discrezione, e stilando un documento che alla fine, come e’ stato fatto nella seria Germania, viene sottoposto agli elettori. Qui in Italia sembra che li si voglia fare sui talk e sulla rete: Cose all’ italiana come al solito.

  2. 8.04.2018 – By Nino Maiorino – Assolutamente non concordo. Gli accordi si fanno sedendosi a un tavolo, con molta discrezione, e stilando un documento che, alla fine, com’è stato fatto in Germania, paese serio, viene sottoposto al giudizio degli elettori; qui in Italia sembra che li si voglia fare sui talk e sulla rete. Cose al’italiana, come al solito.

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