Grazie ai “bravi ragazzi” che hanno catturato Messina Denaro

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“Bravi ragazzi” rivolto ai carabinieri mentre catturavano Matteo Messina Denaro, il super padrino di Cosa Nostra, suona come il più genuino ringraziamento di cittadini comuni per l’opera svolta dagli uomini dell’Arma dopo i veleni seguiti all’arresto di Totò Riina ed all’implementazione delle inchieste giudiziarie sulla trattativa tra uomini di Stato ed emissari della mafia.

La fine della sua latitanza, durata trenta anni, certamente chiude un capitolo della stagione terroristica o stragista, che dir si voglia, intrapresa da Cosa Nostra contro le istituzioni, ma non esaurisce le pagine, finora rimaste in bianco, sui depistaggi dei processi sulle uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e sulle ragioni dei delitti che hanno avuto come vittime figure di spicco del mondo della politica come Piersanti  Mattarella e Pio La Torre.

L’uno e l’altro, sia pure da fronti diversi, costituivano ostacolo alla frequentazione di “padrini” o loro “ambasciatori” nei palazzi della politica, negletta, tollerata o consociativa.

Permangono il diritto alla verità anche sulle uccisioni del Generale Alberto Dalla Chiesa e di altri servitori dello Stato nelle Forze dell’Ordine ed in Magistratura, e soprattutto il dovere di restituire fiducia alle istituzioni ed onorabilità alle sue articolazioni.

Quel “bravi ragazzi” ne vuole rappresentare una speranza per una comunità di cittadini onesti, spesso delusa dalle devianze del giorno dopo, ed un monito per gli operatori della politica perché sappiano opporsi all’invadenza dei poteri criminali con la chiarezza di comportamenti e con l’integrità dei mandati loro conferiti, secondo il dettato costituzionale.

Al di là del clima di euforia per la cattura di Messina Denaro, forse stanco di proseguire nella latitanza, mollato o cosciente di non essere più funzionale ad una organizzazione che ha cambiato obiettivi e campi di scambio di interessi (ne sapremo di più nel racconto dei retroscena), restano in piedi la questione della penetrazione di assetti criminali nel mercato dell’economia legale ed il rapporto di contaminazione degli apparati delle istituzioni.

“La mafia non è finita”, puntualizza il Capo della Procura di Palermo. Persistono fenomeni di controllo dei territori da parte delle tradizionali “cosche” ed è attiva una sorta di nuova “borghesia” mafiosa che ne conferisce rango sociale nella mediazione con le istituzioni.

I palermitani hanno detto “grazie” ai servitori dello Stato incappucciati dediti alla caccia del boss simbolo criminale dell’anti Stato, spetta alla politica raccoglierne i sentimenti di buone speranze. Non bastano le dichiarazioni di rito che si rilasciano in queste circostanze.

Va registrata, sia pure a titolo di cronaca,  la presenza tempestiva a Palermo del Capo del Governo, Giorgia Meloni. Una novità rispetto ad altre catture cosiddette di svolta nella lotta alla mafia.

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