Dibattito sul Consiglio Superiore della Magistratura: l’attualità di Giovanni Falcone nella lotta alla mafia

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il magistrato Giovanni Falcone (foto tratta da profilo Fb)

Il silenzio è uno dei linguaggi tipici della mafia: quello delle cose non dette che hanno una loro razionalità nell’esercizio delle attività di “Cosa Nostra”.

Come una sorta di logica cartesiana applicata al malaffare, direbbe Leonardo Sciascia, ne fornisce il nesso Giovanni Falcone nel racconto di “Cose di Cosa Nostra” reso nel 1991 alla giornalista Marcelle Padovani.

Il disvelamento di rapporti incestuosi che si celano dietro pubbliche dichiarazioni di antimafia torna d’attualità ogni qualvolta che si celebrano commemorazioni per “servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”: sono le amare parole conclusive delle riflessioni contenute nel citato racconto. Ed è ancora più pregnante il tema in questa stagione in cui è esplosa la questione delle nomine dei responsabili delle Procure e la gestione della politica carceraria da parte del Ministero della Giustizia.

Troppo a lungo, dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio, sono rimaste inevase le riforme del CSM e le istanze di spoliticizzazione delle inchieste giudiziarie, favorendo di fatto metodologie simil-mafiose.

“La magistratura ha sempre rivendicato – puntualizza Falcone – la propria indipendenza, lasciandosi in realtà troppo spesso irretire surrettiziamente dalle lusinghe del potere politico” ed “anche lo Stato in certi casi cede alla tentazione di liberarsi del singolo inquirente scomodo rimuovendolo o destinandolo ad altra sede”.

Una sorta  di predizione del metodo Palamara a lungo negletto o tenuto sotto silenzio dai grandi media fino quando non sono venute alla luce le inquietanti intercettazioni che animano il dibattito odierno. Come dire con le stesse parole di Falcone che “in certi momenti gli unici ad essere razionali sembrano essere certi mafiosi in un mondo popolato da folli”.

La mafia sa attendere e cogliere le opportunità e, per questo, ”l’interpretazione dei segni, dei gesti, dei messaggi e dei silenzi costituisce una delle attività principali dell’uomo d’onore (mafioso di rango ndr)” – dice Falcone, aggiungendo: “nei miei rapporti con i mafiosi mi sono sempre mosso con estrema cautela, evitando false complicità ed atteggiamenti autoritari o arroganti”.

Senza cultura specifica e capacità di comprensione di uomini e cose non è facile operare con autorevolezza. Lo specifica riferendo il contenuto  della risposta di Frank Coppola, boss italo americano, ad una domanda provocatoria postagli da un PM romano nel 1980 su che cosa è la mafia.

“Il vecchio ci pensa su e poi ribatte: Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell’appoggio dei partiti di governo, il terzo è cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia”.

Si riferiva  ad una metodologia la cui versione seppure rinfacciata con sarcasmo evidenziava un problema per il funzionamento del CSM di allora ed ancora di attualità per l’edizione odierna.

Il quesito resta nelle mani di chi ha responsabilità istituzionali in materia di politica giudiziaria. Il loro silenzio sulle intercettazioni circolanti su social e media potrebbe valere come opportuna riservatezza o come silenti prassi di poteri occulti? Al di là del bene e del male.

“Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale” (Giovanni Falcone).

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