Coronavirus, l’Italia s’è desta e l’Europa va a ramengo

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“Nulla sarà come prima” si dice e si ripete, come un mantra, nell’intento di voler prefigurare o auspicare un domani diverso rispetto ad esperienze vissute a seguito di calamità naturali o provocate dall’imprevidenza dell’uomo.

L’ espressione è ricorrente nell’attualità dei resoconti
giornalistici e nei social, rispecchiando sentimenti ed animazioni poste in essere da un popolo, quello italiano, che manifesta la volontà di uscire dall’incubo dell’epidemia con consapevolezza della realtà.

Se ne capisce il senso attraverso la mobilitazione di cori e bandiere sui balconi, dal Brennero a Lampedusa. E non è solo un modo di esorcizzare la paura del contagio. Vi si leggono anche, al di là della retorica nazional-popolare, punte di orgoglio italico contro ironie, maldicenze e
supponenze dei cugini e partner europei d’oltralpe.

La loro voce di conforto è arrivata da Bruxelles tramite Ursula Von Der Layen, Presidente della Commissione Eu: “Siamo tutti italiani”. Un arrivo tardivo, quando il coronavirus aveva già fatto ingresso in Europa, e per certi aspetti dovuto per mitigare l’infelice frase “non siamo qui per tagliare lo spread agli Stati” pronunziata da Christine
Legarde, Presidente della Bce, affondando così la Borsa di Milano ed innescando il rialzo del differenziale tra i titoli italiani e quelli tedeschi.

Gaffe o lapsus freudiano? Il dubbio resta appeso se
qualcuno ha approfittato della turbolenza dei mercati finanziari per fare shopping sugli asset italiani più appetibili.

Per quanto controversa possa apparire tale interpretazione si tratta di materia di accertamenti i cui esiti dolosi o no proiettano ombre sulla credibilità degli organi di governo dell’UE.

Come dire che non mancano argomenti per metterne a nudo le incongruenze rispetto ad un’idea di Europa che si voleva “giusta, libera e solidale” e che, viceversa, sembra che stia andando a ramengo.

Certo finché si è impegnati nella guerra al coronavirus non si può pensare ad altro, ma non va in quarantena la facoltà di discernimento per ripensare per il dopo epidemia nuovi modelli politici e paradigmi culturali. Vale anche per il riassetto delle istituzioni di casa nostra e dei modi di
relazionarsi nel contesto europeo, non più con il cappello in mano.

Questa é il vero senso del messaggio lanciato con il tricolore dai balconi degli italiani nel quale c’è un sano sovranismo e non chiusura alle contaminazioni culturali. Anzi, sono stati gli altri a chiudere le frontiere ed a sbatterci
le porte in faccia per paura di essere contaminati.

Nel cambio di semantica ci guadagna l’Italia in civiltà democratica e rispetto dell’altro. Perciò, “nulla come prima”, dopo l’emergenza coronavirus, non vuol dire cambiare costumi, abitudini che appartengono alla storia ed alle tradizioni delle diverse comunità del nostro Paese.

Certo, c’è da mettere le carte a posto per superare
contraddizioni e tentennamenti che hanno favorito narcisismi di Governatori e governanti locali e
nazionali.

“Tutto andrà bene” è l’altro slogan più ripetuto e condiviso che non vuol essere un iniezione di facile ottimismo, perché sarà la vita a vincere sulla rassegnazione al male.

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