Caso Bassolino, eccedenza di sovranismo giudiziario

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Antonio Bassolino (foto tratta dal profilo Fb)

vLa vicenda giudiziaria di Antonio Bassolino, assolto per ben 19 volte perché il fatto imputatogli non sussiste, va oltre il ristoro, dopo 17 anni, della reputazione dell’uomo politico e delle istituzioni, come egli ama definirsi.

Ha una valenza dalla quale si possono trarre spunti di riflessione sull’ultimo ventennio di storia repubblicana, di cui l’attualità politica segna l’esito di una crisi che investe il sistema delle istituzioni. Gli argomenti in discussione non riguardano soltanto i tempi lunghi della amministrazione della Giustizia, ma soprattutto l’influenza delle iniziative delle Procure nella selezione del personale politico chiamato o eletto per il governo delle istituzioni.

L’incidenza non è di poco conto se, secondo dati statistici, appena il 5% della totalità degli avvisi di garanzia arriva a processi e di essi giusto la metà si conclude con assoluzioni. Vuol dire che c’è stata qualcosa che non ha funzionato o non vagliata a monte dell’esercizio dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Qualche lettura più attenta ed appropriata delle carte non avrebbe sortito alcuna pregiudizievole omissione a fronte della salvaguardia della dignità dei destinatari degli avvisi, stante la deformante comunicazione che se ne è fatta.

Si tratta di una constatazione che non suona come sfiducia nei confronti dell’operato della magistratura inquirente, ma come una istanza di trasparenza al lume delle commistioni emerse dal caso Palamara a proposito della designazione dei responsabili di Procure. E si tratta anche di una presa di coscienza della funzione strategica dei loro uffici in termini di ricaduta politica nel sistema di rappresentanza e Governo delle istituzioni democratiche del Paese: a partire dal collasso della partitocrazia della prima Repubblica alla rimozione del carisma di leader, sia di livello nazionale che locale, del successivo esperimento maggioritario.

E’ il caso di dire che ci sia stata una sorta di eccedenza di sovranismo giudiziario del quale alcuni partiti hanno tratto profitto a discapito di altri cancellati o macchiati. Sono le stesse cronache, a partire dal 1994, ad offrirne un campionario di sigle fatte e rifatte fino all’attualità in cui incerte ed indefinibili entità politiche convivono o prevalgono rispetto a consolidate identità di cultura politica.

Si tratta di una naturale dialettica “veterana et nova” o dell’esito dell’alterazione delle regole della democrazia rappresentativa? Sul punto si innesta anche la variegata qualità della dirigenza politica locale rispetto a quella nazionale entrambe flagellate, negli anni, da venti giustizialisti, con la differenza che la prima, legata ai territori, ne ha assorbito meno le suggestioni.

Può essere anche una chiave di lettura della incomunicabilità o conflittualità tra Governatori e Palazzo Chigi dominato da un partito di maggioranza relativa in Parlamento e poco rappresentativo negli Enti Locali.

Se non è questa crisi di sistema poco ci manca!!! E non saranno gli algoritmi a darne le risposte. Compresa la riforma della giustizia.

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