Uno sguardo alle elezioni Usa 2020: l’incapacità dei democratici di formulare idee nuove

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Manca circa un anno alle prossime elezioni americane, ma sia in campo democratico che in quello repubblicano l’atmosfera sembra incandescente. Con la procedura di impeachment di Trump e le primarie democratiche in pieno svolgimento, si preannuncia una campagna elettorale frenetica e senza esclusione di colpi.

“Keep America Great”. È con queste parole che Donald Trump ha concluso il suo ultimo rally (raduno) tenutosi a Dallas, nello stato del Texas. Ed è proprio questo orgoglioso slogan che i principali esponenti del Partito Democratico attaccano quotidianamente, sostenendo che l’America in questi anni non è diventata migliore, bensì con l’elezione di The Donald è avvenuto uno svuotamento della democrazia.

Questo è un argomento molto discusso dai media americani soprattutto in vista delle prossime elezioni. Ma sono soprattutto i democratici ad interessarsi al tycoon e alle sue azioni, perché da circa 10 mesi è iniziata la campagna per le Primarie Democratiche. Al momento l’ex vicepresidente Joe Biden raccoglie la maggioranza dei consensi secondo i sondaggi, ma negli ultimi due mesi Elizabeth Warren, una figura di spicco nell’affollata schiera di candidati (oltre venti) ha scavalcato Bernie Sanders, il principale sfidante di Hillary Clinton nel 2016.

Possiamo dunque dire che se in precedenza il papabile candidato democratico era Biden, adesso c’è una nuova front runner che potrebbe mettere tutto in discussione. La Warren (definita da Trump “Pocahontas”), godeva fino a poco tempo fa di un sostegno trasversale, quindi di tutte le correnti democratiche interne (very liberal, liberal e centrismo), ma negli ultimi due mesi l’attuale Senatrice del Massachusetts ha spostato l’attenzione sui temi cari al elettorato moderato, che nonostante stia subendo un drastico calo negli ultimi anni rimane la colonna portante e maggioritaria del partito.

Il bacino elettorale di cui stiamo parlando è rappresentato dai bianchi e dagli afroamericani istruiti con un reddito medio-alto, dalle donne (molte delle quali vedono in Warren la rivincita del sesso femminile esattamente come con la Clinton), dagli ispanici e latinoamericani con un istruzione relativamente bassa e appartenenti ad una fascia reddituale inferiore. Secondo molti analisti e politologi, sono questi tre fattori a determinare la vittoria alle primarie e alle elezioni generali, quindi, possiamo dedurre che alle scorse elezioni Trump vinse in almeno due di queste categorie stravolgendo completamente le previsione degli statistici più esperti (come Nate Silver) che lo vedevano in svantaggio sia tra le donne, sia tra le minoranze e sia tra i bianchi istruiti.

Possiamo affermare che se il candidato democratico vincente non riuscirà ad attirare il sostegno di questi gruppi sociali tramite proposte serie, convincenti e realizzabili, una seconda vittoria di Trump sarà inevitabile. Non è un caso che le maggiori critiche degli osservatori riguardino l’incapacità dei democratici di formulare idee nuove, originali che coniughino i vari modi di affrontare Trump e la riorganizzazione del partito che negli ultimi tre anni ha perso figure emblematiche, considerate delle guide per il paese (per parafrasare i nostalgici sostenitori di Obama, manca “l’audacia e la voglia di un cambiamento”).

Ma se Atene piange, Sparta non ride. Parliamo del Partito Repubblicano, di cui tratteremo nella prossima puntata. (1 – continua)

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