Umberto Eco e “Il nome della Rosa”

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Il primo canale Rai-Tv sta trasmettendo, il lunedì sera, a decorrere dal 4 marzo, la “fiction” in quattro puntate tratta dall’omonimo celebre romanzo di Umberto Eco, in occasione della commemorazione del terzo anniversario della sua morte, avvenuta il 19 febbraio 2016 a Milano; quel romanzo diede all’autore un successo planetario.

Il romanzo “Il nome della Rosa”, primo di una lunga serie di opere di narrativa, che Umberto Eco pubblicò nel 1980, ebbe un unanime successo di critica e di pubblico e venne tradotto in 47 lingue ed è stato venduto in tutto il mondo in oltre 30.milioni di copie; è stato finalista di numerosi premi letterari e ha vinto il Premio Strega;  la cinematografia nel 1986 ne ricavò un film, diretto da Jean-Jaques Annaud e interpretato da Sean Connery, attore che eravamo abituati a vedere nei panni del celebre Agente 007, ma che successivamente ha maturato, rivestendo ruoli ben più impegnativi anche dal punto di vista interpretativo; probabilmente l’aver interpretato il film tratto dal romanzo di Umberto Eco lo valorizzò ulteriormente; in quel film il suo allievo Adso da Melk era interpretato dall’allora  giovane attore statunitense Christian Slater, sedicenne, e un ruolo venne affidato anche al nostro Leopoldo Trieste nei panni del frate Michele da Cesena.

Il romanzo si dipana su due temi, trattati contemporaneamente, quello del vero e proprio poliziesco, intricatissimo e di non facile soluzione, e quello più comprensibile di una disputa religiosa; in entrambi il protagonista, frate Guglielmo da Baskerville, ha un ruolo preponderante.

Il romanzo è ambientato nel 1327 in una abbazia benedettina dell’Italia settentrionale ed è narrato in prima persona dal protagonista novizio, Adso da Melk, che ormai anziano racconta le vicende accadute nel monastero, e le indagini condotte dal suo maestro, Guglielmo da Baskerville su una serie di omicidi che avevano sconvolto la tranquilla vita monastica, appena prima dello svolgimento di un importante concilio francescano al quale era stato chiamato a partecipare proprio il dotto frate , giunto all’abbazia insieme al suo giovane novizio.

L’abate, conoscendo il passato da inquisitore di Guglielmo, gli aveva affidato il delicato caso degli omicidi di alcuni confratelli; molti erano convinti che fossero state causate dalla mano del maligno e la prova era data dalla constatazione che le vittime avessero le dita e la lingua di un intenso colore nero. Guglielmo riteneva invece che fossero stati assassinati e che l’assassino si trovasse all’interno dell’abbazia.

I due frati si erano ritrovati in un ambiente ostile, visti con sospetto da molti monaci tra i quali vigeva complicità e una latente omosessualità; in quell’ambiente il giovane Adso avrebbe incontrato brevemente una ragazza che abitava in un povero villaggio ai piedi del monastero, dove gli abitanti vivevano nella fame e nella miseria, con la quale aveva avuto l’unica storia di amore carnale della sua vita.

L’intera vicenda si sviluppa in sette giorni, che Adso nelle sue memorie suddivide secondo la scansione del giorno della regola benedettina (mattutino e laudi, ora terza, ora sesta, ora nona, vespri, compieta). Guglielmo da Baskerville, monaco inglese ed ex inquisitore seguace del filosofo Ruggero Bacone, si trovaa nell’abbazia con l’incarico di mediare in un incontro tra francescani, protetti dall’imperatore Ludovico il Bavaro, e gli emissari del papa di Avignone, Giovanni XXII.

Tutti i delitti sembrano ruotare attorno alla biblioteca del monastero, che sembra nascondere un oggetto misterioso; sulle morti indaga anche l’inquisitore Bernardo Gui, giunto all’abbazia proprio per la disputa, il quale condanna al rogo due monaci (ex eretici dolciniani) e la giovane donna, che aveva conosciuto Adso, accusandoli degli omicidi pure senza avere prove valide.

Guglielmo da Baskerville, con l’aiuto del suo allievo, scoprirà il vero responsabile e il movente: tenere nascosta la scoperta ed evitare la lettura del secondo libro della Poetica di Aristotele, dedicato alla commedia e, in particolare, al riso.

Alla fine un terribile incendio distruggerà l’abbazia e il manoscritto “responsabile” dei sette delitti, concludendo così il romanzo e le indagini di Guglielmo.

Il nome della rosa si presenta come un romanzo complesso, non appartenente a un singolo genere in quanto, sotto la veste di un “giallo”, cela una grande ricchezza di rimandi filosofici e teologici ed ai classici greci e latini ed alla letteratura medievale, nonché ai romanzi ottocenteschi.

Innanzitutto, si tratta di un romanzo storico, sul modello dei Promessi sposi di Manzoni, in cui vicende e personaggi inventati sono calati in una determinata epoca storica e contesto sociale.

Umberto Eco ricostruisce l’Italia medievale delle controversie religiose e degli scontri tra Papato e Impero, inserendo non solo personaggi inventati, ma anche figure storiche, come l’imperatore Ludovico il Bavaro o fra Dolcino; l’ambientazione e l’atmosfera ricordano quelle dei romanzi gotici del Sette-Ottocento.

I delitti e le indagini sono tipici del romanzo giallo: lo stesso nome di Guglielmo da Baskerville ricorda il titolo del noto romanzo di Arthur Conan Doyle, Il mastino dei Baskerville, una delle più famose indagini di Sherlock Holmes. Holmes e il monaco inglese Guglielmo (cui ovviamente corrispondono il dottor Watson e il buon Adso…) utilizzano il metodo deduttivo, basato sulla ragione e la scienza, per arrivare ad accertare la verità; ma a differenza del modello classico del giallo, Il nome della rosa si conclude con il successo dell’assassino, che, pur morendo, riesce a distruggere il movente di quei delitti.

Infatti, quando i due monaci giungono alla resa dei conti, scoprono che il responsabile dei delitti è il Bibliotecario cieco Jorge, al quale Guglielmo chiede di leggere il secondo libro della Poetica di Aristotele che tratta della commedia, unica copia esistente in tutto il mondo.

Jorge acconsente di mostrarglielo, ma Guglielmo non tocca il volume a mani nude, bensì copre la mano con un guanto perché ha intuito che le pagine del libro sono avvelenate. Il mistero è così chiarito: Jorge è il colpevole di quelle morti ed è stato lui ad avvelenare le pagine del libro, in modo che chiunque le leggesse trovasse una morte certa.

Guglielmo gli chiede perché abbia fatto tutto ciò e Jorge gli rivela di aver sempre avuto in odio il libro di Aristotele, in quanto il riso, (cioè, le risate) in esso trattato, uccide la paura e senza la paura non può esserci fede in Dio: se tutti, infatti, avessero appreso dal libro che è possibile ridere di tutto, anche di Dio, il mondo sarebbe precipitato nel caos.

Preso da fanatico fervore, Jorge ingoia le pagine del libro, suicidandosi, ma non prima di aver aggredito Adso, gettandogli la lampada che portava e bruciando anche il resto dei libri proibiti custoditi nella biblioteca che viene distrutta da un devastante incendio.

La conclusione della intricata vicenda, come l’esito della disputa teologica fanno comprendere come, in quell’epoca, ci fosse un “establishment” di religiosi che riteneva di possedere la verità che gelosamente veniva nascosta alla popolazione, nella convinzione che i non indottrinati, ed era la quasi totalità della gente, non dovessero venire a conoscenza, se pure ne fossero stati all’altezza, di pensieri e teorie rivenienti anche dall’antichità classica giacché il potere costituito della chiesa di Roma, proprio per conservare le sue prerogative e il suo dominio spirituale e temporale, non lo consentiva proprio per tenere soggiogati i servi della gleba che rappresentavano la quasi totalità della popolazione.

Quei testi ritenuti pericolosi venivano occultati persino agli acculturati, compresi i frati istruiti ed amanuensi, ai quali non era consentito accedere ad una specie di zona nascosta nella quale la sapienza di un vecchio bibliotecario cieco aveva relegato i testi posti all’indice.

Il romanzo Il Nome della Rosa ha avuto solo due trasposizioni cinematografiche, quella del 1980 interpretata, come dicevamo, dall’attore Sean Connery, e ora la mini serie televisiva italo-tedesca in quattro puntate, creata da Rai Fiction e Tele Munchen e diretta da Giacomo Battiato: una co-produzione tra le case italiane 11 Marzo Film e Palomar.

Le riprese, effettuate nel 2018, sono state girate tutte in Italia, tra Abruzzo, Toscana, Lazio, mentre alcuni scorci di chiese e chiostri sono stati costruiti negli studi romani di Cinecittà.

I dialoghi originali, in lingua occitana, la famosa lingua d’Oc, provenzale alpina, di origine gallo-romana parlata in Occitania, corrispondente alla Francia meridionale, sono stati tradotti e supervisionati dalla Università degli studi di Salerno.

Il regista Giacomo Battiato ha una grande esperienza sia nella cinematografia, sia nelle mini-serie televisive, avendo diretto tante serie TV molto fortunate, tra le quali alcune de “La Piovra” che catalizzò l’attenzione di milioni di telespettatori negli anni dal 1984 al 2001 e lanciò attori come Michele Placido, Barbara De Rossi, Remo Girone, Patricia Millardet, Adriano Pappalardo e tanti altri.

Sembra che la miniserie Il Nome della Rosa sia stata venduta in 132 paesi e che la stessa sia la seconda più venduta nel mondo dopo quella di Gomorra.

In verità la nostra TV di Stato ha una grande esperienza in tale genere di spettacoli, recenti quelli del Commissario Montalbano di Andrea Camilleri, e dei Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni, sempre gradevolissimi e seguitissimi, e ora Il Nome della Rosa conferma le potenzialità e l’eccellenza delle nostre strutture a rendere divulgative opere di grande impegno, sia letterario che artistico, che bilanciano le innumerevoli banalità che vengono trasmesse a tutte le ore e che fanno rimpiangere la vecchia TV, a iniziare da quella in bianco e nero che diede un determinante impulso alla unificazione della lingua italiana, e portò a conoscenza anche delle classi meno colte opere letterarie e teatrali di tutte le regioni italiane.

In quella tradizione la TV di Stato ha proseguito con la produzione di fiction importanti delle quali Il Nome della Rosa di Umberto Eco è l’ultima nata.

Umberto Eco era nato ad Alessandria il 5 gennaio 1932 da una famiglia modesta; il padre Giulio era un impiegato delle Ferrovie dello Stato, che lo fece studiare e lo indirizzò alla carriera universitaria verso la quale Umberto era particolarmente portato, tant’è che è considerato uno tra i primi semiologhi nazionali, nonché filosofo, scrittore, traduttore, bibliografo e medioevalista; la sua profonda cultura e la conoscenza delle lingue gli hanno consentito di diventare anche traduttore.

Nella sua lunga carriera Umberto Eco ha scritto innumerevoli opere, prevalentemente scientifiche, ma negli anni della maturità, dal 1980 in avanti, si è dilettato anche a scrivere molti romanzi, probabilmente invogliato dal successo della sua opera prima.

La mini-serie televisiva in questi giorni in programmazione, checché ne dica qualche critico, non fa rimpiangere il film interpretato da Sean Connery, sia per ambientazione, sia per interpretazione; anzi il regista e attore John Turturro, che interpreta il personaggio di  Guglielmo da Baskerville, sembra più credibile del vecchio 007-Connery.

E la decisione di metterlo in scena in quattro puntate di circa due ore l’una sembra vincente in quanto la complessità del romanzo è tale da non poter essere adeguatamente approfondita in poco più di due ore che è il tempo medio di uno spettacolo cinematografico.

E’ facile prevedere che, con la mini-serie Il Nome della Rosa, le fiction televisive italiane segneranno un ennesimo successo internazionale.

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