Ossa rotte

0
117
foto Angelo Tortorella

Qualche mese addietro, su un importante quotidiano cattolico di rilievo nazionale, venne pubblicato un articolo da Palermo, nel quale venivano riportate sconvolgenti notizie di violenze volute o accettate da persone che, pur di lucrare dalle assicurazioni risarcimenti derivanti da falsi incidenti automobilistici, frodavano le compagnie denunciando, oltre ai falsi incidenti, fratture o altre ferite invalidanti che si procuravano volontariamente accettando di farsi spezzare le ossa di braccia, gambe o altro usando dischi di ghisa, o trolley riempiti di pietre, o altri marchingegni vari.

Sono state arrestate 11 persone, contemporaneamente vittime e indagati per truffa, per essersi sottoposte o responsabili di tali trattamenti, per i quali avrebbero ricevuto poche centinaia di euro dalle organizzazioni criminali che avevano architettato le truffe, le quali a loro volta avrebbero lucrato consistenti risarcimenti milionari dalle compagnie assicuratrici al momento della liquidazione dei danni.

Sembra che il sistema sia andato avanti per alcuni anni, e si è bloccato allorquando un giovane tunisino, sottopostosi al trattamento, ci ha rimesso la vita a causa di lesioni multiple non compatibili con un incidente automobilistico: a quel punto, scattate le indagini, è stato scoperchiato una specie di vaso di pandora, e secondo gli inquirenti i responsabili di questa maxi-truffa farebbero parti di due distinte organizzazioni criminali, tra esse collegate, che avrebbero individuato persone, per lo più giovani e socialmente deboli (disoccupate al limite della povertà, tossicodipendenti, alcolizzati e ritardati psichici).

Qualche drogato, in crisi di astinenza, avrebbe acconsentito a farsi rompere le ossa in cambio di una dose di droga, anche con funzione di antidolorifico; qualcun altro sarebbe stato reclutato tra i ghetti di chi vive di espedienti, e tutte le vittime hanno ottenuto, in pratica, poche centinaia di euro giacché alla fine il rimborso milionario sarebbe stato intascato interamente dalle due organizzazioni criminali ideatrici del marchingegno truffaldino.

Per le fratture di maggiore entità e quindi particolarmente dolorosi si sarebbe addirittura ricorso ad infermieri esperti in anestesia.

Ovviamente potevano entrare nel meccanismo solo persone che erano disponibili a farsi invalidare in maniera tale da ottenere un risarcimento non inferiore a 150,mila euro ed oltre; non valeva la pena sporcare le mani e gli attrezzi per cifre inferiori.

La Squadra Mobile avrebbe ricostruito episodi raccapriccianti, al momento al vaglio delle autorità investigative.

Non mi sembra che la notizia abbia fatto scalpore più di tanto, probabilmente perché le tristi realtà di alcune zone particolarmente degradate portano a questi episodi, forse anche peggiori.

Il problema va visto quindi da due punti di vista, il primo è quello delle organizzazioni criminali probabilmente legate alla Mafia, che hanno ideato il meccanismo truffaldino e beneficiano dei risarcimenti; l’altro è quello del povero “cristo” che si presta per pochi spiccioli, per un “piatto di lenticchie” di biblica memoria. Il coinvolgimento della criminalità sembra accertato; quello dei “poveri cristi” pure, dobbiamo solo attendere l’esito delle indagini e dei processi.

Ma a me la notizia, pure se mi ha scosso, mi ha ricordato uno strano e raro film coreano del 2012, che trattava, da un altro punto di vista, lo stesso problema. Probabilmente in pochi lo ricordano giacché tra l’altro sembra che il film non fosse stato molto pubblicizzato, era una di quelle opere di “cult movie” che solo un “patito” di film strani, come qualcuno mi accusa di essere, può andarsi a cercare.

Il film, vincitore del Leone d’oro alla mostra cinematografica di Venezia, è del 2012 ed è intitolato “Pietà”, (ispirato alla “Pietà di Michelangelo); fu realizzato dal regista Sud Coreano Kim Ki-duk, che ne scrisse anche il soggetto e la sceneggiatura, ed è girato tra i poveracci di una sobborgo degradato di Seoul tra vittime di usura, soprusi e crudeltà.

Il protagonista, il giovane Kang-do, trentenne orfano, è un sadico che lavora per uno strozzino col compito è recarsi dai clienti di quest’ultimo a riscuotere i crediti. Quando non gli riesce di recuperare il denaro, l’uomo costringe le sue vittime a simulare gravi infortuni sul lavoro per riscuotere i soldi dell’assicurazione che i clienti, prima di ricevere il prestito usuraio, sono costretti a firmare.

Un giorno il sadico  Kang-do viene in contatto con una donna di mezza età che dice di essere sua madre che lo aveva abbandonato alla nascita. L’uomo è frastornato, ma poi si convince della sincerità della donna.

La presenza della mamma cambia la vita del giovane che comincia a provare rimorso e pietà per le persone che ha torturato e rese storpie; un giorno girando per le strade incontra un mendicante costretto a chiedere l’elemosina dopo che egli gli aveva spezzato una gamba per un debito non saldato, e prova pietà e rimorso per quello che ha fatto: la vicinanza di una donna che dice di essere sua madre lo ha umanizzato.

Ma lo storpio vuole vendetta e lo insegue fino alla casa dove incontra sull’uscio la donna e le punta il coltello alla gola per costringere il figlio a suicidarsi, ma la donna si libera e permette a Kang-do di metterlo in fuga.

L’episodio induce ad una presa di coscienza del giovane e al rimorso per quello che ha fatto e si licenzia dallo strozzino per il quale lavorava; ritorna il tema della redenzione dei giovane aguzzino grazie alla presenza e alla dolcezza della donna; ma nelle giornate di inattività emerge un fatto nuovo; la donna che dice di essere sua madre, in effetti è la mamma di una vittima dell’ex aguzzino, e il vero figlio ammazzato è rinchiuso in un congelatore ed per esso sta preparando un maglione funebre per rivestirlo prima di seppellirlo.

Ma la madre vuole che egli si renda ben conto del male che ha fatto e con uno stratagemma lo induce a visitare tutte le sue vittime rendendosi conto del dolore che ha provocato a tanti col suo “lavoro”. E così scopre che la donna non è nemmeno sua madre, ma la madre di un figlio da lui torturato a morte e che lei ha nel congelatore in attesa si preparargli un decente abito funebre.

La espiazione delle colpe per i delitti commessi dal giovane Kang-do porta la donna, che oramai si sente mamma anche sua, a suicidarsi per far comprendere al giovane cosa sia veramente il dolore per la perdita della vita di una persona che egli aveva incominciata o ad amare.

Film difficile, complesso, cupo, crudele com’è la vita, che non c’entra proprio nulla con lo scandalo scoperto in Sicilia, ma che lascia pensare a cosa può portare la pressione di una indigenza dalla quale non si sa come uscire e che può spingere a gesti che vanno al di là di qualsiasi comprensione umana.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.