Morire di libertà di stampa

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C’è un tempo per vivere, e uno per morire. Un dato assiomatico! Ma morire a 26 anni per un bavaglio alla propria libertà di pensiero o di riportare la verità sulla stampa, o perché necessariamente si deve zittire questo o quel giornalista, pone seri quesiti su cosa è cambiato nell’ultimo trentennio nell’endemico confronto tra potere e libertà di stampa. Appare bizzarro se non addirittura fatale come lo scontro tra la libera stampa da una parte e potere dall’altro sia concomitante con l’anniversario dell’uccisione ad opera della camorra di Giancarlo Siani, icona assoluta in Campania del violento bavaglio all’informazione libera, lui che insieme ad un nugolo di giovani giornalisti in erba -tra cui lo scrivente- aveva fondato il Movimento Democratico per il Diritto all’Informazione. Concomitante perché proprio in queste ore si sta consumando l’ennesimo attacco alla libertà di stampa da parte dell’attuale governo.

Ci amareggia constatare come nel nostro Paese perfino la giornata mondiale della libertà di stampa viene per così dire sottolineata in tono minore. Chissà che non sia forse un bene, se non altro per un ritrovato (si spera) senso di pudore. Infatti, la situazione in Italia non è confortante. Al contrario, come dicevo prima, proprio in questo momento alla stampa viene chiesto di essere “collaborativa”: praticamente partecipare, silente, alle nuove convergenze politiche. In questo modo si ignora – e non è cosa da poco – che il compito del “quarto potere” non è quello di sottomettere ma principalmente di vigilare e denunciare in nome dell’opinione pubblica (che la stampa rappresenta) le vicende dei poteri: naturalmente tutti. Attualmente la situazione sembra andare di male in peggio tanto è vero che nelle classifiche di competenza, quelle che hanno il polso appunto del grado di indipendenza dai “poteri” costituiti, la posizione che ci viene assegnata risulta agli ultimi gradini della scala mondiale. Addirittura adesso parlare di libertà di stampa appare un’eresia, e ciò malgrado i casi di assoluto affrancamento professionale di cui per fortuna ancora si hanno notizia. Forse il problema sta proprio qui. In un Paese normale, laddove lo standard è condiviso unanimemente, non c’è bisogno di registrare la presenza di eccezioni alla regola per farsene una ragione: semmai esse rappresentano proprio la conferma del grigiore di fondo, dell’assuefazione colpevole di cui tanti (troppi) mezzi di informazione danno ogni giorno testimonianza.

All’interno del  Movimento fondato con Giancarlo Siani dibattevamo sulle parole che i nostri maestri ci indicavano con molta enfasi, parole che poi diventarono un suo brillante articolo proprio in quel ’77 saturo di fermenti ideologici: “La libertà di stampa è uno di quegli obiettivi che per essere realmente conseguito deve necessariamente passare attraverso l’impegno, il più appassionato e radicale possibile, di tutti i cittadini o almeno di coloro che amano la giustizia e la democrazia”.

Questo ci insegnavano, ma a un certo punto abbiamo constatato che in Italia – allora come adesso – c’è stata rassegnazione che è anch’essa il risultato di un atavico retaggio di miserie e rinunce. Tutti noi, con il nostro Movimento, avevamo cercato di combattere questo retaggio con dibattiti, incontri, partecipando ai convegni ma, evidentemente, i convegni e gli incontri non sono bastati.

Se Giancarlo fosse vivo ripeterebbe ciò che diceva ai convegni sulla libertà di stampa come nostro portavoce: ‘ci vuole impegno e sacrificio da parte di tutti nell’ambito di una prospettiva di tempi lunghi’. E i tempi sono trascorsi, anche molto più di quello che pensavamo e dopo trentatré anni dalla sua uccisione ci avvolge un velo di delusione. Sembra che le sue e le nostre battaglie si siano infrante contro il muro di gomma di una politica becera e opportunista, senza più ideali ma sempre più attaccata ai privilegi, creando una dicotomia incolmabile tra essa e la gente.

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Saggista e musicologo, è laureato in “Sociologia delle Comunicazioni di Massa”. Tra i suoi libri ricordiamo: Il Canto Nero (Milano, 1982), Trecento anni di jazz (Milano, 1986), Jazz moderno (Milano, 1990), Vesuwiev Jazz (Napoli, 1999), Il popolo del samba (Roma, 2005), Ragtime, Jazz & dintorni (Milano, 2007), prefato da Amiri Baraka, Una storia sociale del jazz (Milano 2014), prefato da Zygmunt Bauman, Saudade Bossa Nova (Firenze, 2017). Per i “Saggi Marsilio” ha pubblicato l’unica Storia del ragtime, in due edizioni (Venezia, 1984 e 1989) edita in Italia e in Europa. Ha scritto monografie: due su Frank Sinatra (Venezia, 1991) e The Voice – Vita e italianità di Frank Sinatra (Roma, 2011), e su Vinicio Capossela (Milano, 1993), Francesco Guccini (Milano, 1993), Louis Armstrong (Napoli, 1997), un paio di questi col contributo amichevole di Renzo Arbore e Gianni Minà. Collabora con la RAI, per la cui struttura radiofonica ha condotto diverse trasmissioni musicali, e per La Storia siamo noi ha contribuito allo special su Louis Armstrong. Tiene periodicamente stage su Civiltà Musicale Afroamericana oltre a collaborare con la Fondazione Treccani per le voci afroamericane. Tra i vari riconoscimenti ha vinto un Premio Nazionale Ministeriale di Giornalismo, ed è risultato tra i finalisti del Premio letterario Calvino per l’inedito. Per la narrativa ha pubblicato un romanzo breve per ragazzi dal titolo Easy Street Story, (Npoli, 2007), la raccolta di racconti È troppo tardi per scappare (Napoli, 2013), il romanzo epistolare Caro Giancarlo – Epistolario mensile per un amico ammazzato, (Terracina, 2014), che gli è valso il Premio ‘Giancarlo Siani’ 2014, e un e-book dal titolo Ballata e morte di un gatto da strada (Amazon, 2015), un romanzo storico sulla figura di Malcolm X, prefato da Claudio Gorlier, con postfazione di Walter Mauro, e supervisionato da Roberto Giammanco. È il direttore artistico del Festival Italiano di Ragtime e il suo sito è www.gildodestefano.it.

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