L’innata voglia di protesta di cui siamo fatti

0
158

Non siamo mai quello che siamo. O almeno per intero. Sempre ci sta qualche dissonanza, qualcosa, insomma, che non si contenta mai del poco o molto che abbiamo da spandere.

È il metro con cui ci comportiamo e la materia, talvolta, di cui siamo fatti.

La protesta dei gilet gialli, non più fenomeno semplicemente francese ma a dirla tutta europeo e di significato globale, ne viene fuori come esempio. Oltre la coltre, oggettiva e al contempo opinabile, delle richieste alla base della protesta, si impone un desiderio, assoluto ed eterno, di andare sempre contro l’esistente, pure se per lo meno sembra funzionare.

Nulla, ovviamente, contro l’importanza della protesta: hanno fatto e continueranno, in maniera sacrosanta a disegnare il mondo e a contribuire, sperando che ci riescano, a cambiare quello che non funziona o che funziona poco.

C’è però lampante alla base il fatto che come la giri il Mondo, la natura semplice e profonda di quello che siamo, è fatto di protesta. Di incontentabilità. E la democrazia, il migliore tra i peggiori sistemi, ha il pregio di rendere possibile e difendere tutto questo.

Non porta molto lontano, forse, analizzare le ragioni di una protesta per andarci contro. Razionalmente si perde soltanto tempo. Perché si ignora la polemos, fondamentale e innata, che è parte, sempre di noi.

E proprio perché è parte di noi, di come siamo fatti da quando nasciamo, che chi protesta, sempre, provoca maggiore consenso rispetto a chi rimane a difendere, non dico conservare, l’esistente.

Proviamo, però, a fare un passo in più, per vedere oltre.

La protesta che parte dalla polemica individuale con cui ci confrontiamo e da cui, diciamocelo pure, veniamo sedotti ogni giorno (chi non fa almeno una polemica al giorno?) rimane sempre attraente. Perché, almeno in premessa, ci fa apparire paladini di una realtà alternativa che, divertente, molte volte nemmeno noi sappiamo bene cosa vuol dire.

Un passo in più: la protesta da sola serve a ben poco. Voltato l’angolo serve un po’ di concretezza per dire come vogliamo cambiare, concretamente, quello che oggi non ci piace. O che pensiamo non ci piaccia.

Ecco perché non può non esser esilarante vedere tanti follower dei gilet gialli pure da noi. E non sorprende perché tutti, poi alla fine, protestano per qualche cosa. Pure questo articolo protesta a suo modo contro la protesta.

Tutti lo fanno, ma nessuno, poi, realmente o pochi (veramente pochi), si chiedono come cambiare, modificare, riformare, rifondare quello che non piace e contro cui la protesta si lancia.

Se il modo migliore per far finire una storia è l’indifferenza, forse, il modo migliore per affievolire una protesta, pure grossa come un fiume, è una domanda: “Si ok va bene che protesti ma perché? Sono d’accordo con te, ma come intendi cambiare quello che non ti piace?”. A questa domanda, il vento, come si dice a Roma. Il vuoto, il Silenzio.

Almeno qualche annetto fa chi scendeva in piazza diceva la fantasia al potere anche se, poi, pure dicendolo a gran voce di fantasia ne abbiamo vista nulla o molto molto poca.

E nemmeno si tratta di passare “dalla protesta alla proposta”, validissimo come slogan ma come un barattolo vuoto, dice poco.

Il passo in più lo si fa con un disegno di mondo alternativo, una visione che trasforma la protesta in un qualcosa che unisce e, per certi aspetti, trova d’accordo tutti quanti.

Sempre però facendo i conti con il fatto che protestare fa sempre parte di noi.

Perché, come diceva Sartre, la natura umana – non ci possiamo fare proprio niente – cerca e ricerca e continuamente corre e si arrovella, per trovare una corrispondenza con sé stessa che non viene mai data.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.