L’inconsapevole individualismo

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Next Door è un’applicazione che come tante altre consente lo scambio e, soprattutto, l’interazione tra un gruppo di utenti, una community, per dirla in gergo, che vive in uno stesso territorio o quartiere.

L’app si ispira a un’intuizione del sociologo Robert Putnam secondo cui i “quartieri” delle nostre città vanno intesi come la prima e fondamentale formula di social network in cui la prossimità geografica favorisce, per la tutela di interessi comuni, lo sviluppo di relazioni anche collaborative.

Messa in pratica da un veterano della Silicon Valley, Nirav Tolia, Nextdoor nasce con l’obiettivo di stimolare e favorire quelli che tecnicamente, secondo gli scienziati sociali, prendono il nome di “processi di engagement” sarebbe a dire tutto quell’insieme di contatti e relazioni attraverso i quali gli individui, cittadini, si “auto ingaggiano” per realizzare iniziative di impatto sulla comunità: dalla cura del verde pubblico sotto casa, all’attività gratuita di supporto agli anziani e alle persone in difficoltà del quartiere, alla messa a disposizione del proprio tempo per aiutare semplicemente chi, in un determinato momento, può averne bisogno.

Tutte queste attività di concreto e misurabile impatto sociale rientrano in quella che oggi conosciamo come innovazione sociale: semplicemente l’impatto della tecnologia con cui, in diversi modi, possiamo concretamente contribuire alla soluzione di problemi sociali di interesse per la comunità.

E non occorre una definizione scientifica per comprendere quanto l’innovazione sociale e nello specifico i processi di engagement, contribuendo ad animare e vivacizzare il contesto sociale, abbiano un impatto positivo in termini di qualità della vita dei territori rendendo le relazioni sociali più fluide e armoniose perché collaborative e di reciproco vantaggio.

Su questa “alta” considerazione dei nuovi strumenti offerti dalla tecnologia, è stata fatta una rapida sperimentazione prendendo come base un quartiere di Roma, Conca d’Oro.

Dopo la creazione del profilo si possono esplorare tutti i contenuti presenti e geolocalizzati rispetto al quartiere. Dopo poco tempo, però, l’impressione che si prova è di una certa stanchezza: ci si trova immersi, infatti, in un mare magno di annunci e post di diversi soggetti, ciascuno con la propria richiesta e la propria offerta di vendita. Che siano pesci rossi o mobilio usato oppure ancora corsi di canto lirico. Si vede che pochi, forse pochissimi – rispetto ai profili attivi – usano l’applicazione per proporre una qualche attività di carattere per la “comunità”.

Pur pensando che tali considerazioni sono limitate all’esperienza di chi scrive, emerge una riflessione di fondo che coincide con la fotografica, sociale, del nostro Paese. Quello che ne viene fuori, in sostanza, è un’idea di mancanza decisa di voglia di guardare oltre il “cortile” dei propri affari personali per dedicarsi a un concetto più ampio di “bene comune”.

Un’idea che emerge, da diversi anni, in tutti gli studi di senso sullo stato sociale del nostro Paese. De Rita, qualche tempo fa, parlava dell’avvento di un “sovranismo psichico” nel nostro paese facendo riferimento all’atteggiamento di chiusura mentale con cui ciascuno, complici anche le difficili congiunture, si rifugia nella difesa, a ogni costo, del proprio piccolo spazio individuale.

Siamo un paese che, soprattutto adesso, non ha proprio voglia di guardare a quello che succede fuori, a quello che, nel bene o nel male, ha un impatto sulla comunità e su chi ci sta accanto. A pochi viene in mente di proporre qualcosa che possa interessare concretamente gli altri che vivono nello stesso quartiere. Siamo troppo impegnati a pensare alle nostre vite, o meglio, a inseguire un modello ideale che manco sappiamo se raggiungeremo, che tutto quanto esce dal solco dell’interesse individuale ci sembra inutile o comunque una perdita di tempo.

D’altra parte, non siamo cattivi. Siamo solo così tanto creativamente indaffarati da avere bisogno di un maggiordomo che si prenda cura del posto in cui viviamo.

Avete presente quando state fuori tutto il giorno e ci sta bisogno a casa della signora delle pulizie che ci leva la roba da mezzo? Ecco il tema è quasi lo stesso.

Siamo talmente presi nelle nostre infinite discussioni su come creare o non creare ricchezza, su come uscire o rimanere che ci pare francamente stancante e oneroso dover pensare pure al verde pubblico del giardinetto che teniamo sotto casa.

La soluzione a sto punto è duplice: o assumiamo tanti maggiordomi (l’avanzamento della robotica a basso costo ci viene incontro) a seconda delle esigenze, oppure, forse cosa più sensata è lavorare su un nuovo paradigma di pensiero.

Provare cioè a pensare, in quello che facciamo quotidianamente, a quanto incide l’attività che mettiamo in essere sul benessere della comunità. Non rimane questione di raccolta differenziata o di usare carburanti o cibo bio a chilometro zero (che poi come si fa a parlare di km zero se qualcuno al supermercato quei prodotti ce li deve portare?).

Si tratta invece di pensare, a tutto quello che facciamo, in un’ottica diversa: quanto incide sugli altri se scrivo o meno questo articolo? Che cosa sto realmente facendo se sotto casa ho il degrado? Se vivo in una città che non funziona che faccio per provare a cambiare le cose?

Senza fermarci di fronte al solito leit motiv del “ma tant nun cagn nient con o senz e me” perché, alla fine, la non risposta al nostro incazzarci rimane sempre l’alibi migliore per non fare niente.

Abbiamo tutti gli strumenti a disposizione per invertire l’approccio e trasformare, pure un’applicazione di annunci geolocalizzati, in uno strumento di coesione e attivismo sociale.

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