L’autonomia differenziata/3

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foto tratta da profilo Fb

Concludiamo il discorso relativo al convegno sull’Autonomia Differenziata, tenutosi il 26 novembre scorso, con le iniziative che il PD, che ora fa parte della compagine di governo, intenderebbe adottare per mitigare l’eccessivo sbilanciamento a favore delle tre regioni del nord, Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna.

L’attuale Ministro per gli Affari Regionali, Francesco Boccia del PD, ha proposto due cose; una “Legge quadro” per dare uniformità a tutte le regioni, “equalizzando” dare e avere, in modo da evitare che, attraverso l’autonomia, qualche regione venga premiata.

Purtroppo questa strada, secondo il Prof. Massimo Villone, tecnicamente non potrà funzionare perché sulla Legge quadro pende la spada di Damocle della cosiddetta “gerarchia delle fonti”, vale a dire il rapporto tra le regole giuridiche che si succedono nel tempo, e che scatterebbe anche nel caso di approvazione della Legge quadro.

Accadrebbe, infatti, che la legge che reca l’intesa con l’Emilia Romagna, con la Lombardia e con il Veneto, potrebbe sopravvenire e avere la prevalenza, mentre la legge ordinaria successiva, che volesse per via parlamentare rimediare a un vantaggio indebitamente acquisito, non potrebbe modificare la precedente legge recante le intese perché, essendo una legge cosiddetta “rinforzata”, perché approvata a maggioranza tra i componenti, ha una resistenza maggiore rispetto alla modifica.

Fra l’altro la legge che approvò le intese si sottrasse anche al referendum abrogativo, quindi seppure domani con questa intesa il Veneto, ad esempio, si attribuisse un indebito vantaggio, se anche tutti gli italiani volessero abrogare quel vantaggio col referendum, non lo potrebbero fare, perché il referendum non è ammesso per questi poteri; vi sono cose che una volta fatte non si possono modificare, a meno che la regione che ha avuto un indebito vantaggio sia d’accordo: campa cavallo.

Quindi, nonostante la buona volontà del Ministro Boccia, la “Legge quadro” non sarebbe in grado di eliminare le disparità.

Il Ministro Boccia vorrebbe inoltre richiamare i cosiddetti “Livelli Essenziali delle prestazioni”, che dovrebbero assicurare in tutto il paese l’unità delle prestazioni; per la Sanità essi vanno sotto il nome di “Livelli essenziali di assistenza – Lea”.

C’è però un punto debole; i livelli essenziali sono previsti già in due leggi sul federalismo fiscale del 2001 e del 2009, per le quali i decreti legislativi delegati da diciotto anni non si fanno e il motivo è che i “Livelli essenziali di assistenza” comporterebbero quello che nessuno in questo pase è disposto ad accettare, cioè che ci sarebbe la redistribuzione delle risorse in favore del mezzogiorno, perché, sempre tornado all’esempio di Reggio Emilia e di Reggio Calabria, se si introducessero gli asili nido nei Lea, non si potrebbe lasciare i finanziamenti a Reggio Calabria a 90 mila e a Reggio Emilia a 9 milioni; ed  essendoci un limite generale di invarianza di spesa, perché ovviamente queste cose debbono essere fatte senza maggiori costi perché non ce lo possiamo permettere (sulla finanza pubblica non possiamo caricare altro debito), se si devono dare più soldi a Reggio Calabria si devono toglierli a Reggio Emilia; si può fare una operazione su grande scala di questo genere? si può dire a Reggio Emilia, parte forte del paese, di dare a Reggio Calabria parte delle proprie risorse? Ecco il motivo per cui non si sono mai fatti i decreti delegati.

Durante il precedente governo Lega-M5S, in una audizione della Commissione per l’attuazione del federalismo fiscale, all’epoca presieduta da Giorgetti, il vice di Salvini, c’era in discussione proprio la determinazione dei fabbisogni relativi ai Comuni; in uno di quei passaggi si evidenziava che il mezzogiorno ha avuto fregature, allora qualcuno propose di fare la perequazione al 50%, sebbene la Costituzione la chieda “integrale”.

La società che ha curato l’aspetto tecnico della faccenda, disse “noi abbiamo calcolate tutte le proiezioni e vi possiamo dire cosa succede”.

Giorgetti era consapevole del fatto che se si decideva di fare la perequazione a metà sarebbe stato un arbitrio, quindi chiese di vedere le cifre e disse: “Magari me le portate in via riservata così facciamo una riunione a porte chiuse, come fa con la Commissione antimafia”, consapevole del rischio di muovere i forconi.

Il Prof.  Villone conclude: “Trovate queste situazioni in un libro che ho messo un-line e che potete scaricare gratis, dal titolo «L’Italia divisa e diseguale» di www.editorialescientifica.com. Come vedete sono stati passaggi politicamente consapevoli, voluti. Questa cosa ce la dobbiamo portare nella consapevolezza politica che noi dobbiamo avere”.

Dopo l’intervento conclusivo del Prof. Villone c’è  stato un accorato e pregnante intervento di uno dei partecipanti il quale, in merito alle differenze esistenti tra le regioni meridionali, particolarmente la Campania, e quelle del centro nord, e alla considerazione che, nonostante noi del sud siamo messi, rispetto alle altre, già molto male, collaboriamo a farci volontariamente ancora più male, come accade, ad esempio, con i tanti filmati sulla camorra, ed ha citato il recente sceneggiato trasmesso la sera precedente su Rai 1, dal titolo “In punta di piedi”: la storia di una bimba napoletana, figlia di un camorrista, appassionata di danza classica, che, per seguire il suo sogno di diventare una danzatrice professionista, ha dovuto lasciare Napoli e trasferirsi a Parigi, con la complicità della madre la quale, per non sottostare alla volontà del marito, padre padrone, con un sotterfugio la manda a Parigi, affidandola alla professoressa di danza napoletana che, dopo aver subito ogni forma di ostacolo proprio dal camorrista, fra l’altro l’incendio della sua scuola, ha preso la decisione di trasferirsi.

Al di là della bravura del cast, nel quale figura anche una bravissima Paola Cortellesi nel ruolo della maestra di danza, il filmato risulta negativo per Napoli in quanto evidenzia ancora una volta che per quelli del sud che desiderano emergere, e sono impossibilitati a farlo per tanti motivi, l’unica strada è trasferirsi altrove e spesso all’estero.

E quando, alla fine del convegno, abbiamo palesato al Prof. Villone la convinzione che l’introduzione delle Regioni è stata per il nostro Paese una delle più grandi sciagure, ci ha risposto “purtroppo; ma oramai c’è e ce la teniamo”.

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