I social, sempre più un’occasione perduta di confronto democratico

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1Le accuse o illazioni di cui spesso  molti risultano ingiustificatamente destinatari, me per primo, ma anche persone notoriamente pacate ed argomenative come Luigi Gravagnuolo, nell’ambito di idee e pensieri veicolati sui social, mi suggeriscono alcune considerazioni.

Si sa i social non sempre consentono di esplicitare in maniera compiuta i pensieri e sviluppare ragionamenti. Sono, tuttavia, sicuramente uno strumento che consente di esprimere la propria opinione/visione/sensazione in tempo reale su ogni accadimento e vicenda locale nazionale mondiale.

Il confronto, spesso, diventa muscolare se non offensivo proprio perché trae, spesso,  origine da un post e dalle interpretazioni che ognuno da agli stessi…

Meno comprensibili sono, invece, i commenti, a volte  pieni di livore ed immotivati, che seguono ad interventi strutturati, magari frutto di equilibrate  riflessioni ed articoli firmati e pubblicati su fb o ospitati su testate giornalistiche.

Che, in generale  ci sia in Italia una tendenza all’imbarbarimento fisico e linguistico è evidente soprattutto in questo momento storico dove prevale un diffuso senso di sfiducia nelle istituzioni, per quello che spesso non fanno (non sempre per loro responsabilità), per le risposte spesso annunciate e non tempestivamente adottate, ma anche per le tante notizie di arresti e corruzione, che interessano indistintamente tutte le aree politiche ed, ahimè,  le istituzioni di presidio democratico.

Tutto quanto alimenta sfiducia e disaffezione che trova nelle accuse la sua forma di immediata espressione.

Ovvio che, in assenza di riferimenti istituzionali credibili e di una prospettiva di futuro migliore ma anche in presenza di strumenti, come i social, che eliminano qualsiasi forma di intermediazione e sono basati sulla tecnica della polarizzazione, emergano posizioni estremiste e scomposte, dove si tende o si è tentati ad agire in surroga per risolvere problematiche inascoltate e sul piano comunicativo a dare sfogo alla rabbia di impotenza stigmatizzando il pensiero altrui.

Ciò appare più evidente laddove il pensiero espresso piuttosto che assecondare l’emozione del momento tende a guardare oltre almeno in termini di approccio ai problemi e di metodo di confronto e comunque di buon senso.

Questa sensazione,valida in campo nazionale, trova la massima amplificazione su scala locale con riferimento:

1) all’operato di chi ci rappresenta;

2) a chi muove  critiche o  rilievi all’operato di chi ci governa.

Se nel primo caso le accuse muovono da rilievi dell’azione politico amministrativa svolta, nel secondo caso le accuse troppo spesso sembrano mosse da motivazioni prive di riscontro oggettivo.

Spesso si viene tacciati di lesa maestà in nome di presunte appartenenze d’area  o militanze politiche, e come tale legittimante, da parte dei più accaniti follower, ogni forma di discredito della persona che osa contrastare il pensiero e l’azione del governante di turno.

Ne scaturiscono troppo spesso accuse infamanti di strumentalizzazione dei fatti ai soli fini di un accreditamento mediatico la cui finalità, magari legittima, è di prospettare una visione differente indipendentemente dalla aderenza o meno ad un progetto politico amministrativo alternativo.

L’occasione di confronto costruttivo sui temi proposti, che postula capacità di ascolto e accettazione di idee differenti, si tramuta in accuse sterili e di dubbia rilevanza ed interesse per chi legge.

Il contraddittorio trascende sul piano personale con illazioni che nulla ineriscono con il tema o la riflessione proposta ma il cui fine è spesso unicamente  di demonizzare chi scrive.

Si affermano cosi forme di discredito anche della propria sfera personale e professionale di intensità direttamente proporzionale alle manifestazioni di consenso e condivisione dei pensieri espressi, di cui i “like” non sempre sono attendibili indicatori.

Procedendo di questo passo verrà meno la logica del confronto sui social, svilendo la dialettica democratica e alimentando quel disimpegno sociale da parte di chi, pur  volendo fornire contributi alla città o elementi di riflessione, se ne guarda bene dal farlo per sottrarsi ad ogni forma di attacco sul piano personale a cui spesso risulta difficile non rispondere per le rime.

Chi ama la democrazia, in forma rappresentativa o diretta mi auguro converrà, rimanendo in ambito locale, sul fatto che confrontarsi, sui social prima che in sede pubblica, sui problemi della città oltre ad accrescere sensibilità e senso civico può divenire strumento utile per l’esame delle esigenze e sentimenti comuni, e motivo:

1) Per chi ha la responsabilità di governo, di indirizzare la propria azione politica magari, rimodulandone la prospettiva, in modo efficace ed aderente alle reali esigenze della comunità rappresentata;

2) Per chi non ha ruoli di governo e magari ha interesse a costruire una alternativa di governo, ad acquisire elementi di conoscenza utili alla definizione di una proposta politica.

In entrambi i casi e per tutti quanti si cimentano con i social va ricordato che il diritto di critica e la libertà di espressione sono principi democratici da tutelare ed esercitati sempre nel rispetto delle  persone al di la’ delle idee e posizioni sostenute.

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