Generazione Z: tra individualismo e social

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Si è tanto discusso della generazione Z (che ricordiamo essere quella che va all’incirca da fine anni ’90 al 2010 approssimativamente), figli della generazione boomer o della generazione X, non hanno però l’effervescenza dei loro genitori, né tantomeno la turbolenza dei loro coetanei degli anni ’80, e neppure l’ambizione che caratterizza i giovani dei primi anni ’90.

È così che i ventenni si differenziano molto dai trentenni: cresciuti in un clima di insicurezza e di crisi che li ha fatti assistere al fallimento del progetto di vita dei loro “fratelli maggiori”.

Disillusi e senza troppe aspettative, consapevoli che la loro generazione sarà costretta a retrocedere nella scala sociale.

Mobili e immobili al tempo stesso, così si presenta la nuova generazione. È in questo paradigma che si pone il network, il social, l’unica speranza d’unione, l’unica finestra sul mondo e sull’altro.

Una generazione, quindi, estremamente social, connessa e interconnessa, ma che paradossalmente nella realtà non virtuale è estremamente individualista e presenta molte ansie sociali e comunicative.

Ma come è possibile questo ci chiediamo? Forse ciò è dovuto proprio da questa comunione tra i due aspetti opposti della vita alla quale questa generazione appartiene. Schiavi di tante paure, chiusure, e sentimenti ansiogeni, ma con in mano la possibilità di un mondo digitale nuovo, senza paure, veloce, efficace e iperconnesso.

Due facce della stessa medaglia, il crescente individualismo e la pratica sociale quotidiana sono questi i protagonisti della vita del nuovo mondo, e in particolare della generazione Z.

Lo scotto da pagare in questo nuovo individualismo è la primazia di sé stessi. Questo nuovo paradigma ormai è diffuso a tutti i livelli sociali e vede, appunto, il primeggiare della persona come centro di gravità permanete, sia nelle relazioni sociali che professionali. Ed è proprio questo naturale contrasto tra social e individualismo a portarci verso una terra di mezzo in cui la stabilità ha ceduto il posto alla precarietà.

Le motivazioni personali sono sempre più deboli e collegate alla gratificazione istantanea figlia proprio dei modelli social (tutto e subito).

Questa terra di mezzo sta generando una diffusa fragilità, governata dalle ostentazioni di benessere e di saggezza pubblicate sui social, e una crescente difficoltà di pensare in modo autonomo, con il risultato che anche il pensiero autonomo privato subisce delle conseguenze condizionato da quello pubblico.

La forma sociale diventa così sostanza individuale in cui al centro c’è solo la persona e l’essere social. L’individualismo sfocia quindi inevitabilmente nella disgregazione della società.

Questa nuova vita riassumibile nell’affermazione “vivere per apparire” è quello che dobbiamo combattere. Evoluzione da un lato e involuzione dall’altro, siamo davvero convinti che questa è la strada giusta da percorrere?

Circondati da “cuori”, “like” e commenti (positivi come negativi) dal vivo non siamo più in grado di dire “ti voglio bene mamma!”.

Si definisce homo duplex l’individuo teso tra due poli opposti: da un lato la sua individualità, dall’altro il suo essere sociale. Ricordiamo, però, che l’individualismo, non coniugato come abbiamo visto fin ora, non è sempre negativo, come ci ricorda Durkheim, secondo cui è proprio la componente individualista a racchiudere tutto ciò che nell’uomo è natura e quindi istinto.

Il sociologo, però, collega questa natura alla sua fusione con la società, senza la quale l’uomo è incompleto.

Traiamo le nostre conclusioni interrogandoci su quello che è possibile fare per essere finalmente liberi da questa disgregazione sociale.

Una risposta potrebbe essere quella di ripartire dal lato delle comunità naturali, come la famiglia, gli amici intimi, insomma, tutte quelle persone vicine che spesso trascuriamo privilegiando rapporti e persone virtuali, che, magari, non conosciamo dal vivo.

Inoltre, potremmo parlare di aggregazione sui contenuti professionali e generosità nel mettere a disposizione degli altri il proprio talento.

Tutto questo potrebbe diventare la nostra nuova sfida, adesso quel che rimane da fare è incominciare.

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