Fuori dall’ipnosi collettiva

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Giorni fa il Sole24Ore in “L’Influenza politica della tv commerciale” (28/07/2019, G. Romeo) menzionava un’interessante ricerca pubblicata sull’American EconomicReview.

Lavoro che attraverso un’analisi intrecciata del contesto italiano degli ’80 evidenzia una certa correlazione tra l’avvento in Italia della “TV commerciale”, intesa come media che – a differenza di quella più istituzionale – manda in onda programmi più popolari (copiati da format di massa di successo) infarciti di spot pubblicitari.

La correlazione interessante che ne viene fuori è l’impatto che questo tipo di televisione ha avuto nella formazione e nelle scelte politiche del pubblico maggiormente fruitore (il campione considera la fascia under 10 – over 55 che in quegli anni consumava massicce dosi di tv commerciale).

Aldilà di semplicistiche considerazioni politiche su quegli anni, sulla crisi di tangentopoli e sui successivi trionfi di Forza Italia, la ricerca sembra far emergere tra le righe un dato non dichiarato ancora più interessante: il fatto che un nuovo strumento mediatico, in venti anni circa, possa esere capace di cambiare, insieme ad altri fattori ovviamente, lo scenario delle percezioni collettive (da nord a sud in questo caso non c’è grande differenza) arrivando, oggi, a generare un contesto di perenne ansia da “sovranismo psichico”. Indice di una strutturale debolezza.

In un contesto già poco efficacemente scolarizzato, con particolare riferimento alle aree più marginali del Paese, l’influsso della televisione commerciale ha svolto la funzione di strumento di vera e propria “distrazione di massa”, facendo in modo che la gente italica, già per sua natura molto indifferente alle cose fuori da casa propria, si disinteressasse completamente alla vita pubblica e a tutto quello che ne consegue.

Si è realizzato quello che Popper preconizzava con il suo “La televisione cattiva maestra”, quando affermava, da vero liberale, che la televisione, per la sua capacità di diffondere contenuti “imposti” a un pubblico vastissimo e l’immediatezza delle immagini, si presta a essere strumento di vero e proprio condizionamento delle menti.

Le ragioni sono ovunque perché tutti gli attori in gioco hanno contribuito a rendere più profonda questa frattura. Fino ad arrivare al punto in cui siamo oggi in cui, manca completamente, e lo vediamo nelle nostre città, non lo spirito civico che è già un elemento attivo abbastanza avanzato, ma quel senso di appartenenza comune che da sempre contraddistingue un Paese che diventa Stato.

La soluzione, semmai esista perché riprendendo Popper non esistono soluzioni ma solo tentativi – o meglio – ipotesi più di successo di altre, non sta sicuramente nel pigiare sul tasto off del telecomando.

Sta nel punto di vista in base al quale ci orientiamo: il contenuto vero, quello che è capace di spiegare un fatto basandosi su dati oggettivi e verificabili, è l’unica cosa, in questo momento, capace di cambiare le cose e alzare il livello.

Se la televisione commerciale degli ’80 ha contribuito a rendere tutti un pochino più indifferenti, per non dire strafottenti, prestare attenzione al “contenuto”, pretenderlo per certi aspetti, rimane l’unica cosa che possiamo fare per invertire la tendenza.

D’altronde, la grandezza di un contenuto, sia mediatico che non, sta pure nel riuscire a costruire sul “vuoto” e, magari, addirittura a far immaginare un futuro che adesso, allo stato attuale, non sembra possibile.

Tutto il resto, fatto di gracchiature e latrati pubblici e privati, rimane appeso come un inutile e fastidioso vociare.

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