Dal caso di Elisabetta Franchi al problema del lavoro femminile nelle donne in Italia

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Il 4 maggio 2022 l’imprenditrice emiliana, Elisabetta Franchi, creatrice e a capo dell’omonima casa di moda, ha rilasciato un’intervista alla giornalista Fabiana Giacomotti, per il “Foglio della Moda”, nell’ambito dell’evento “Donne e Moda, Barometro 2022”.

L’intervista, a quanto discutibile, è stata origine di una bufera di critiche per l’imprenditrice ed è stata al centro di molti dibattiti riaprendo una “ferita aperta”, quella del problema dell’occupazione femminile in Italia.

“Quando metti una donna in una carica importante, poi non ti puoi permettere di non vederla per due anni” ha dichiarato la Franchi. Il congedo di maternità obbligatoria copre un arco di tempo pari a 5 mesi a cavallo del parto (d.lgs. n. 151/2001, modificato da ultimo con la l. n. 145/2019).

A questo segue un periodo di congedo facoltativo pari a sei mesi, in cui si percepisce solo il 30% di stipendio (d. lgs. n. 80/2015). Per un totale di undici mesi in tutto, e non di due anni come dice l’imprenditrice. Inoltre non tutte le donne possono permettersi per sei mesi di rinunciare al 70% del loro stipendio, infatti, molte, preferiscono licenziarsi per sopperire a questi problemi.

La Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri, e dei lavoratori padri, predisposta dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) attesta che nel totale di licenziamenti di lavoratori con figli, il 77,4% sono donne, contro il 22,6% di uomini.

“Da imprenditrice spesso ho puntato su uomini”, continua nella sua intervista Elisabetta Franchi, aggiungendo poi di aver assunto anche donne purché “anta”: “Se dovevano sposarsi si sono già sposate, se dovevano far figli li hanno già fatti e se volevano separarsi hanno già fatto anche quello.”

In base al Codice di Pari Opportunità (d. lgs. n° 198/2006 come modificato dalla l. n° 162/2021) ciò configura un’ipotesi di discriminazione. Conclude l’imprenditrice: “Noi donne abbiamo un dovere che è quello scritto nel nostro DNA, i figli li facciamo noi e comunque il camino in casa lo accendiamo noi, quindi è nostra responsabilità occuparcene”.

Qui la manager si fa portavoce di un pensiero populista/nazionale, di uno stereotipo che imprigiona le donne da sempre rendendole schiave del loro stesso sesso sia nella vita privata che in quella pubblica e lavorativa. Premesso che avere figli non è un “dovere femminile” ma una scelta, che l’essere donna non significa essere madre, e che il suo compito non si limita a questo, purtroppo il messaggio che passa è uno stereotipo culturale condiviso (in Italia così come in altri paesi).

Infatti secondo una ricerca del Censis il talento femminile è mortificato: “l’educazione e la cura dei figli sono ritenuti compiti preminentemente femminili, esercitati quotidianamente dal 97% delle donne italiane. Il 63,5% degli italiani riconosce che a volte può essere necessario o opportuno che una donna sacrifichi un po’ del suo tempo libero o della sua carriera per dedicarsi alla famiglia. Opinione che, addirittura, è fatta propria più dalle donne.”

Il gender gap continua ad essere troppo rilevante e profondo ed è triste pensare che sia abbracciato anche (o soprattutto) dalle donne, come nel caso specifico di Elisabetta Franchi. Forse questo denota che il cambiamento prima che sul piano sociale (e quindi lavorativo) è da affrontare sul piano culturale, quindi privato. Bisogna combattere questo pensiero che, come un tarlo nella testa, è dentro ognuna/o di noi e condiziona i nostri pensieri.

Dopo la bufera scatenata dalle sue parole, l’imprenditrice fa marcia indietro sostenendo che le sue dichiarazioni siano state travisate e che in realtà quello che avrebbe inteso dire è che: “lo Stato Italiano è ancora abbastanza assente e, mancando strutture e aiuti, le donne si trovano a dover affrontare una scelta tra famiglia e carriera”. In effetti questo è vero ed è un problema molto rilevante anche se l’imprenditrice durante tutta l’intervista non ha mai affrontato questo tema. La carenza di strutture è comunque un problema. Nella Relazione dell’INL si spiega che la motivazione più frequente delle dimissioni delle lavoratrici madri è “la difficoltà di conciliazione delle esigenze lavorative con la cura della prole” ciò è anche dovuto al “mancato accoglimento nei nidi”.

Il “piano asili nido”, previsto dalla Pnrr, indica che l’effettiva creazione di nuovi posti avverrà solo nel quarto trimestre del 2025. Il piano consisterà nel superare l’obbiettivo del Consiglio Europeo del 2002 (copertura del 33% mentre oggi la media è del 26,9%) ma comunque non garantirà la copertura del 50%, che Spagna e Francia hanno raggiunto nel 2019. Secondo gli ultimi dati dell’OIL (International Labour Organization), e qui allarghiamo la nostra indagine non solo all’Italia, le donne sono ancora lontane dal raggiungimento dell’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro, e la maggior parte sono intrappolate in lavori poco qualificati e meno retribuiti rispetto ai loro colleghi uomini. L’obiettivo principale che l’OIL promuove è proprio quello di fornire pari opportunità per donne e uomini in lavori dignitosi. L’organizzazione ha inoltre sviluppato un piano d’azione unico e globale per la parità di genere che ha l’obiettivo di facilitare l’adozione di politiche e strategie di genere adottate ai contesti regionali e nazionali dei Paesi membri dell’OIL.

La parità di genere è strettamente legata alla giustizia sociale e rappresenta uno degli obiettivi cardine dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.

Noi tutte ci auguriamo che questi obiettivi vengano presto messi in pratica e che non ci sia più bisogno di parlare di questi argomenti. Soprattutto ci auguriamo che le idee alla base di queste discriminazioni (come quelle di Elisabetta Franchi) siano del tutto superate e che, di qui a poco, siano considerate vecchie e obsolete.

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