A 33 anni dalla tragedia dell’Heysel, Pasquale Scarlino racconta: “C’ero anch’io quella sera. Salvo per una fatalità”

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Era un giorno di festa quel 29 maggio 1985. La finalissima della Coppa dei Campioni – come ancora si chiamava all’epoca – vedeva contrapposte le squadre della Juventus e del Liverpool e allo stadio Heysel di Bruxelles. Ma nel pre-partita, d’improvviso qualcosa cambiò,  in pochi attimi si scatenò l’apocalisse nel settore Z e la festa dei 60mila tifosi divenne un incubo. Gli hooligan in pochi attimi abbatterono la sottilissima rete che li divideva i sostenitori avversari. I tifosi italiani, sotto quella furia, cercarono una via di fuga per la salvezza scappando sul terreno di gioco. Chi restò imprigionato nelle gradinate potè solo indietreggiare fino al muro che delimitava il settore, ma il muro crolla sotto il peso della folla. Il bilancio delle vittime fu drammatico: 39 morti tra le tifoserie di Juventus e Liverpool. I morti furono in maggioranza nostri connazionali: 32, più 4 belgi, 2 francesi e 1 irlandese.

C’erano anche dei cavesi tra i tifosi giunti a Bruxelles per assistere alla finalissima: il Vice Presidente Regionale CSI, Pasquale Scarlino, con la consorte e Adolfo Caldarese, storico tifoso della Cavese Calcio. A distanza di trentatré anni da quei tragici fatti, Scarlino ha ricostruito il ricordo di quella giornata. “Andai in pullman da Torino a Bruxelles, insieme a mia moglie, per assistere alla finalissima. Sull’autobus ci diedero i biglietti per entrare allo stadio, a noi toccarono quelli del settore M-N, agli altri seduti vicino a noi il settore Z. Arrivati a Bruxelles, quando entrammo allo Stadio, la prima cosa che notai fu la totale mancanza di controlli e di sicurezza”. “Un fattore di cui nessuno ha mai parlato – precisa Scarlino – quando è stata analizzata la causa scatenante l’inizio degli scontri, è che ci fu un partita, prima della gara principale, di “riscaldamento” tra bambini. Una squadra era in maglietta bianca, l’altra con le maglie rosse. Già durante questo incontro gli animi cominciarono a scaldarsi (c’è da dire che i tifosi inglesi, che avevano principiato a bere dalla mattina, erano piuttosto alticci), tant’è che la gara non terminò. I bambini furono fatti allontanare prima del termine perché c’erano stati i primi tafferugli”.

Le cose precipitarono, poi, nel modo in cui sappiamo. Ma si era reso conto Pasquale Scarlino della gravità di quello che stava accadendo? “No, non avevamo ben compreso cosa fosse successo. Ci erano giunte voci, tramite passaparola, che c’erano stati degli incidenti nel settore Z e c’era stato qualche decesso, ma la reale entità della tragedia ancora non la comprendevamo. Se dovessi dire che c’era il sentore della disgrazia mentirei. Non dico che ci fosse ancora allegria, ma un clima ovattato sicuramente. Quando il capitano della Juventus disse “Giochiamo per voi”, mi fu chiaro che qualcosa davvero non andasse”.

Alla fine della partita, che si disputò regolarmente, uscito dallo stadio Scarlino venne a conoscenza del numero dei morti e di cosa era accaduto in quello stadio. “Le notizie ci pervenirono dai giornali. Riuscii a chiamare casa e a far saper che stavamo bene soltanto alle cinque del mattino dopo, dalla cabina telefonica di un Motel lungo il tragitto di ritorno. Nel pullman con noi c’era una ragazza sarda che ci raccontò di essersi salvata perché per oltre dieci minuti, in mezzo alla ressa de settore Z, era rimasta sotto il corpo di un uomo morto schiacciato dalla ressa ed era riuscita a farsi scudo col suo cadavere”.

Che ricordi rimangono di quella maledetta notte? “Un’amarezza infinita”.

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