Il breve declino delle università italiane

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L’Italia vanta da sempre un primato nell’Istruzione universitaria. Partendo dall’Alma Mater Studiorum, prima università (non Accademia) europea nata nel 1088, attraversando tutta la Penisola con le università toscane, abruzzesi, napoletane, siciliane ed altre.

L’insegnamento ha sempre ricoperto un ruolo centrale, vantando ottimi docenti con innumerevoli riconoscimenti anche mondiali (ricordiamo ad esempio che Umberto Eco, nel secolo scorso era insegnante di semiotica nell’ateneo bolognese). Tra l’altro, l’Italia è stata una meta molto gettonata anche dall’estero, scelta da studenti provenienti da tutta Europa ma anche da posti più lontani, soprattutto per quanto riguarda gli studi classici e medici.

Eppure, forse per via del cambiamento di sistema in generale, improntati non più su studi teorici,quanto più pratici, prettamente economico-sociali, le nostre università hanno perso quello splendore che prima le ricopriva.

C’è un cambio di rotta quindi, si prediligono studi moderni, pratico-commerciali e gli studenti corrono verso i cari college esteri per aggiudicarsi un posto in luoghi innovativi. Non si discute, ovviamente, sulla bravura e professionalità degli insegnanti, ma sulla perdita di certi valori classici di cui noi eravamo (come Istituzione universitaria) protagoniste. Cerchiamo quindi di racchiudere complessivamente quali possono essere le cause di questo destino incerto.

Uno: incapacità di congiungere una vocazione umanistica alle aspettative concrete degli studenti. È ormai quasi un paradosso parlare sul ruolo dell’università, tra formazione della persona e formazione del lavoratore. In termini economici il sistema attuale fallisce su più fronti e la politica cerca di soggiogare i vari problemi ampliando la no-tax area, proponendo piccoli incentivi per gli studenti meno ambienti. Questa tecnica però non valuta il vero problema di fondo: studiare all’università in Italia non è tanto un problema di costi di vita (retta, vitto, alloggio) sicuramente molto rilevanti, ma più di costo di opportunità.

Pochi numeri bastano a spiegare in larga parte il fatto che l’Italia è in coda ai Paesi europei in quanto a giovani laureati: il 40% degli Italiani che inizia l’università non la finisce, il 50% degli studenti sono fuoricorso tanto che quelli che completano il percorso di studio lo fanno con un ritardo medio di un anno (dati Alma Laurea).

I laureati triennale guadagnano in media tanto quanto i diplomati di scuola superiore, tuttavia con quattro anni di ritardo. Fanno un po’ meglio i laureati magistrale, ma con 6- 7 anni di stipendio mancanti nel mentre.

L’idea per cui l’università non abbia come unico obiettivo quello di trovare un lavoro o migliorare la propria condizione occupazionale è una narrativa che ha fornito un alibi a due generazioni di dirigenti non in grado di rispondere a questo declino strutturale ed annunciato.

È quindi una banale considerazione economica che porta i diplomati italiani a vedere negli studi universitari un margine di rischio enorme e una prospettiva di ritorno sull’investimento bassa.

Due: scarsa proiezione internazionale del sistema universitario nel suo complesso. Sebbene l’Italia sia tra i maggiori contributori netti in termini di studenti partecipanti al programma Erasmus, sia in ingresso, sia in uscita, la percentuale di studenti stranieri iscritti agli atenei italiani è tra le più basse d’Europa. Cosa accadrà con generazioni di giovani italiani sempre più anglofoni, sempre meno valorizzati da politiche che accentuano lo scontro intergenerazionale, i cui orizzonti formativi si apriranno ad un continente dove gli atenei italiani faranno fatica a competere su tutti i fronti?

Tre: assenza di un pensiero strategico a quasi tutti i livelli, e di strategie a lungo termine. Università nel paese delle meraviglie: non sa dove vuole andare quindi non importa che strada prende. Manca a livello organico una strategia chiara e di lungo termine che risponda ai problemi sollevati sin qui. Come migliorare il tasso di occupazione dei lavoratori? Come aumentare il numero? Come migliorare l’internazionalizzazione (in ingresso e in uscita, tra studenti e professori) degli atenei? Che manchino le risposte è evidente, il timore è che manchi la volontà (e la capacità) di capire che queste domande sono essenziali. E che finisca questo sistema che sopravvive per lo più di rendita, grazie a un retaggio novecentesco secondo cui all’università ha comunque senso andare, anche se non funziona.

In conclusione, resta una cosa da fare all’interno della discontinuità e frammentazione di un apparato in cui c’è tanto di sbagliato e inefficace, ma anche alcune vette qualitative che non devono essere ignorate. Resta da studiare cosa funziona e capire perché. Studiare se c’è un modello scalabile, analizzarne le strutture e la capacità adattativa. È un progetto di grande ambizione, che tuttavia pare necessario per chi non vuole arrendersi ad un destino incerto.

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