Mauro Felicori, il direttore che lavora troppo: “Sogno una rivoluzione dei beni culturali da costi a risorse”

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Mauro Felicori (foto Gabriele Durante)

Può capitare nel corso della propria carriera di essere accusati di lavorare troppo e di attrarre troppa gente con le iniziative messe in campo? Sembra paradossale, anche grottesco, ma la risposta è sì. È quanto è accaduto al direttore della Reggia di Caserta Mauro Felicori.

Felicori, 65 anni, manager culturale bolognese, laureato con lode in Filosofia nella sua città natale e specializzato in Economia della cultura e delle politiche cultuali, è arrivato a Caserta due anni fa, dopo la lunga e tanto discussa procedura internazionale di nomina per la nuova squadra dei venti direttori museali in Italia, con conseguente polemica di ben 8 direttori stranieri approdati nella nostra penisola.

Da subito si è messo in evidenza per il suo dinamismo che ha posto fine al “quieto vivere” della Versailles d’Italia da tempo giacente in un lento declino, addormentata nel suo splendore che cominciava a puzzare di muffa. Ma a risvegliare da questo torpore la più grande residenza reale al mondo che dal 1997 è patrimonio dell’Unesco, è arrivato un bolognese abituato a lavorare senza orari che ha provocato un vero e proprio terremoto, tanto da attirarsi l’ira dei sindacati che qualche tempo fa hanno spedito un’imbarazzante missiva al ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, prendendosela con questo strano direttore che “lavorava troppo”. Non paghi di questa magra figura agli occhi dell’Italia intera, pochi giorni fa hanno fatto una nuova rimostranza denunciando che i monumenti della Reggia sono “sotto stress” a causa dei troppi visitatori durante le domeniche con entrata gratuita a inizio mese.

Abbiamo incontrato Mauro Felicori  e, insieme a lui, fatto il punto della situazione sulla rinascita della Reggia di Caserta e sul boom di visitatori.

Direttore Felicori, possiamo dire che con lei siamo entrati nell’era di Caserta 2.0?

Se con questo termine intendiamo il largo uso che ho fatto della comunicazione attraverso i social media, allora posso confermare. Ma non mi sento una persona speciale perché uso questi mezzi di comunicazione già da tempo, come un po’ tutti, del resto. C’è di diverso che io mi metto in gioco personalmente; uso la mia pagina personale di Facebook per comunicare con tutti, rispondere anche alle critiche, e non nego che ogni tanto mi arriva anche qualche insulto. Ritengo che un dirigente pubblico debba “stare in piazza” e accettare il dialogo. La piazza dei tempi attuali è Facebook quindi io sto al gioco.

La Campania è ricca di monumenti storici e architettonici unici al mondo. Lei in particolar modo ha tra le mani, usando una metafora, un meraviglioso gioiello.

La Campania, e il Sud Italia in generale, hanno all’interno del proprio territorio beni culturali straordinari che non producono la ricchezza e il lavoro che potrebbero creare. Noi dobbiamo cominciare a immaginare i musei, le chiese, i palazzi come ambienti che debbono produrre valore e ricchezza e che creano lavoro di qualità nel campo della cultura. Va fatta una rivoluzione dello status quo, i beni culturali non devono essere un costo bensì una risorsa. E’ chiaro che è facile a dirsi, più difficile a farsi. Ma neanche a dirsi è poi così facile…

Cos’ha pensato quando ha saputo che erano stati messi in discussione i nomi di alcuni direttori della Riforma Franceschini?

Ho pensato che in Italia siamo molto bravi a farci del male da soli.

Dopo l’episodio della lettera spedita al ministro Franceschini dai sindacati che l’accusavano di un eccessivo stacanovismo che la faceva restare nel suo ufficio anche oltre l’orario di chiusura, come sono cambiate le cose? Ha modificato i suoi orari di lavoro? O il personale si è dovuto adeguare?

Io non ho modificato le mie abitudini lavorative. La verità è che occorre fare una rivoluzione nella Pubblica Amministrazione e nel mondo dell’impiego pubblico dove c’è troppa gente adagiata nel quieto vivere. La rivoluzione del bene culturale da costo a risorsa comporta anche che chi lavora in questo ambiente deve comportarsi come un imprenditore, a qualunque livello lavori. I musei cambiano se tutti i dipendenti cambiano, fanno di più e meglio. C’è ancora molto da fare e io cerco di dare l’esempio.

Lei viaggia in quinta. Gli altri Enti territoriali riescono a tenere il suo passo spedito?

Io cammino in terza. La quinta è la marcia di riposo, la terza è la marcia del sorpasso e del motore aggressivo.

I dati sull’affluenza alla Reggia di Caserta dal suo arrivo parlano di un considerevole incremento di visitatori.

Il flusso era sceso a 400mila visitatori annui. Nel 2016 siamo saliti a 650mila, quest’anno siamo intorno agli 800mila, il doppio rispetto a due anni fa. Ed abbiamo ancora enormi margini di crescita.

Quali saranno i prossimi passi da fare per portare a compimento la “rivoluzione dei beni culturali”?

I beni culturali italiani hanno bisogno di tanta comunicazione. C’è poi anche il problema dell’accessibilità ai siti. Questi sono due importanti ostacoli da superare, e per cambiare le cose occorre tempo.

Chi vedrebbe come testimonial ideale della Reggia?

I primi testimonial sono i dipendenti. Siamo noi che vi lavoriamo all’interno che dobbiamo rendere la visita alla Reggia di Caserta un’esperienza meravigliosa.

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Diplomata al liceo classico, ha poi continuato gli studi scegliendo la facoltà di Scienze Politiche. Affascinata dal mondo della comunicazione, collabora con la rivista Ulisse sin dalla sua nascita nel 2014, occupandosi principalmente di cronaca politica e culturale. Ideatrice, curatrice e presentatrice di un web magazine per Radio Polo. Collabora anche col blog dell'emittente radiofonica. Nel suo carnet di esperienze workshop, presentazione di libri e di serate a tema culturale.

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