Le ragazze del ’46

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C’è un giorno che la storia ufficiale ha dimenticato, il 10 marzo 1946. Esattamente settantadue anni fa, quando le donne italiane vanno per la prima volta a votare (se hanno compiuto 21 anni) e per la prima volta possono essere elette (se hanno più di 25 anni). Uniche escluse le prostitute schedate che lavoravano al di fuori delle case dove era loro concesso di esercitare la professione. Il decreto sulla loro eleggibilità è il n.74 datato 10 marzo 1946. Da questa data in poi le donne possono considerarsi cittadine con pieni diritti.

In un’Italia semidistrutta dalla guerra si tennero le prime elezioni libere dopo la fine del regime fascista, le amministrative che furono fissate per il 10 marzo, 17 marzo, 24 marzo, 31 marzo e 7 aprile 1946; 5.700 furono i Comuni italiani interessati dal voto, tra di essi sette in Campania il 10 marzo: Napoli, Salerno, Benevento, Avellino, Santa Maria Capua Vetere, Frattamaggiore e Vietri sul Mare. E Ravello il 17 marzo. Per Cava de’ Tirreni toccherà aspettare il mese di ottobre, dopo che l’allora sindaco, Pietro De Ciccio, si dimise per ragioni politiche. Il commissario prefettizio che lo sostituì in quei pochi mesi, Emanuele Cotugno, fu colui che firmò la trasformazione del Teatro Verdi in Casa Comunale.

Ma torniamo alla primavera di quell’anno. Alla vigilia delle prime elezioni in cui anche le donne vennero chiamate ad esprimere il proprio parere, nessuna forza politica poté ignorare quale enorme importanza avrebbe assunto l’elettorato femminile, che, con 14.610.845 persone che acquisirono il diritto a recarsi per la prima volta in una cabina elettorale, costituiva circa il 53% del totale. Donne che hanno lottato in piazza per i loro diritti e sono state in carcere per questo, ma anche donne casalinghe, occupate a crescere numerosi figli, contadine, insegnanti, impiegate, artiste. Diverse tra loro per provenienza, estrazione sociale, istruzione e opinioni, ma tutte emozionate e consapevoli del loro primo voto e della sua importanza.

De Gasperi e Togliatti erano fondamentalmente concordi sull’estensione del suffragio, ma dovettero scontrarsi con la diffidenza che il provvedimento suscitò, per motivi diversi, all’interno dei loro partiti. Nel PCI i dubbi circa i risultati delle urne erano legati al timore che le donne si lasciassero troppo influenzare dai loro parroci e dalla Chiesa. Le perplessità democristiane erano invece legate alla possibilità che, con la nuova partecipazione alla vita politica, esse si allontanassero progressivamente dai valori tradizionali, incrinando così l’unità della famiglia. Per Nenni e per i socialisti il voto femminile era sicuramente un fatto positivo, ma potenzialmente pericoloso. Il Partito Liberale, il Partito Repubblicano e il Partito d’Azione si mostrarono a volte indifferenti, a volte diffidenti verso il voto alle donne, per timore che risultasse un vantaggio per i partiti di massa.

Tra le molte raccomandazioni per le donne, la più importante era di non mettere il rossetto: le schede andavano incollate, umettando un lembo per renderlo adesivo, e un segno del rossetto rischiava di annullare il voto.

Una tappa, dunque, fondamentale e irreversibile quella del marzo ‘46. Ma la strada della piena uguaglianza sostanziale sul piano politico non sarà breve. Alle elezioni politiche del 1948, le prime dopo l’entrata in vigore della Costituzione, le donne elette alla Camera saranno 45, e al Senato appena 4. Per vedere la prima donna ministro, Tina Anselmi, dovremo attendere il 1976, mentre toccherà a Nilde Iotti, nel 1979, la prima presidenza femminile della Camera. Un premier donna è ancora fantascienza?

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