Che Guevara, il mito dell’eroe romantico

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Cinquant’anni fa l’uccisione in Bolivia di Ernesto Che Guevara

Hasta la victoria siempre. Patria o muerte” fu il motto, del quale non occorre la traduzione, di Ernesto Che Guevara, il mitico “Che” che ha infiammato i cuori di milioni di giovani, della cui uccisione ricorre oggi 9 ottobre il cinquantesimo anniversario.

Era stato catturato l’8 ottobre 1967, a soli trentanove anni dalle milizie della Bolivia, paese nel quale il Che si era trasferito, dopo che aveva considerato esaurito il suo compito a Cuba, dove oramai il potere di Fidel Castro si era consolidato, per portare altrove la sua rivoluzione in nome dei popoli oppressi dalle dittature.

«Una figura per molti versi vicina al vostro Garibaldi. Entrambi hanno dedicato la propria vita per liberare le terre da quelli che consideravano imperi perniciosi, con un autentico spirito di rivoluzionaria fratellanza», disse qualche anno fa Jon Lee Anderson, ma a nostro avviso il paragone non regge giacché Garibaldi in Italia lottò per la creazione di un unico stato con la unione  dei vari staterelli in una sola monarchia sotto il segno dei Savoia. Che Guevara, invece, lottò contro le varie dittature che affamavano i popoli, illudendosi di poter realizzare anche altrove la rivoluzione cubana.

Lo scrittore e giornalista californiano Jon Lee Anderson, è il più importante studioso della vita di Guevara, del quale ha scritto una corposa biografia, nella quale rivelò anche che la vera data di nascita non è il 14 giugno, come falsamente dichiarato dalla madre Celia per coprirne il concepimento prima del matrimonio, ma il 14 maggio 1928.

Anderson ha recentemente rilasciato una importante intervista che meglio di tante recensioni e commenti definisce la figura di questo eroe della rivoluzione proletaria, che si era illuso di poter cambiare il mondo in maniera violenta, con la partecipazione dei popoli oppressi, contro lo strapotere dei capitalisti e degli “stati canaglia” colonialisti che quei popoli opprimevano con la potenza e prepotenza dei loro capitali per salvaguardia dei propri interessi economici e di potere.

Da tale intervista emerge un eroe romantico ma anche repressore (ma su tale aspetto non sono tutti d’accordo), un uomo d’azione e contemporaneamente intellettuale, un rivoluzionario ma anche un politico, una persona schiva che è divenuta, contro i suo volere, un mito universale.

Sulla base di tale intervista cerchiamo di ricostruire la figura e il ruolo di questo idealista che ancora oggi infiamma i cuori.

Ernesto Che Guevara ha avuto una popolarità ondeggiante, in alcuni periodi fu sulla cresta dell’onda, in altri se ne parlava appena. Ma la sua morte violenta lo consacrò non solo simbolo di rivolta, ma anche icona popolare, e le sue immagini, e la sua firma, diventarono simboli contro tutti i soprusi e vennero utilizzati, per tale testimonianza, anche su magliette e gadget vari, e chi sa quanti milioni di manifesti sono ancora sparsi in tutti i paesi democratici del continente.

E’ stato considerato un personaggio romantico, ma alcuni sostengono che, come rivoluzionario, si sia macchiato di qualche delitto, facendo giustiziare oppositori della rivoluzione cubana, sia pure dopo regolari processi: questa tesi è, però, controversa giacché sembra che a quei processi non seguirono esecuzioni, anzi sembra che abbia voluto evitarle.

Comunque, tenendo conto del ruolo che si era assunto, quello di guerrigliero armato (a differenza di Mandela o Gandhi che predicavano e praticavano la non violenza) se pure si fosse macchiato di qualche esecuzione, la cosa non dovrebbe scandalizzare, giacché è comprensibile che nella lotta armata ciò avvenga.

Ovviamente ciò va in contrasto con il mito dell’eroe romantico, ma, come recita un adagio popolare, “la guerra è guerra”, e alla luce di altri eccidi, prima e dopo Che Guevara, la cosa non deve scandalizzare più di tanto.

Quello che, invece, può apparire controverso è che il Che, dopo la vittoria a Cuba, l’insediamento di Fidel Castro e la sua collaborazione alla costituzione del regime rivoluzionario castrista, anche come ministro e presidente della banca nazionale cubana, improvvisamente abbia deciso di abbandonare il tutto e dedicarsi nuovamente alla lotta armata in altri paesi; ma anche questo, entrando nella psicologia e nella idealità di Che Guevara, non deve sembrare controverso.

Il “Che” è un idealista, votato alla rivoluzione per la liberazione degli oppressi, e non si rassegna a diventare un politico pantofolaio che vuole vivere in pace per il resto dei suoi anni; quando si rese conto che  a Cuba la sua presenza non era più indispensabile, riprese il fucile a se ne andò la dove la lotta armata poteva avere ancora senso e portare a qualche risultato alla povera gente. Ma non ci fu mai una rottura tra lui e Fidel Castro, solo il loro rapporto si allentò anche se mai del tutto si interruppe, tant’è che, dopo la morte, Fidel Castro chiese ed ottenne le spoglie del suo amico, ora seppellito a Cuba, nel mausoleo di Santa Clara.

E’ anche da riflettere sul ruolo di Fidel e su quella di Guevara, il primo oramai aveva conquistato la vittoria con la liberazione di Cuba, ed aveva come riferimento la Repubblica Sovietica, e Guevara si rese conto che Fidel, come “lider maximo” di un piccolo paese, aveva necessità di far riferimento ad una grande potenza che non poteva essere altro che l’Unione Sovietica, che però Guevara considerava un imperialismo, sia pure diverso dagli altri, che egli combatteva. Così lo stato cubano rischiava di prendere la strada della sovietizzazione, che il “Che” abborriva.

Questo fu il vero motivo del distacco da Castro e dell’abbandono di Cuba.

Piuttosto la scelta della Bolivia probabilmente non fu una scelta oculata, ma si pretende che un idealista, sia pure rivoluzionario, badi all’oculatezza? Chi sceglie la guerriglia, ha sempre la morte al suo fianco, con essa convive, e non lo spaventa giacché essa fa parte del gioco, e l’aveva pure scritto: “Dovunque ci sorprenda, che la morte sia la benvenuta”: la morte avrebbe fatto nascere nuove guerriglie, e la sua morte  lo  trasformò nella figura mitologica, che ora è, una fenice rinata dalle sue ceneri.

E a chi non crede che, tutto sommato, il sacrificio del Che e dei suoi seguaci, abbia dato grandi risultati, specialmente nell’America latina, Anderson invita a fare una riflessione: “Pure se è vero che in molti casi le rivoluzioni di sinistra sono finite male. è anche vero che l’America Latina, nel suo insieme, è un emisfero con una problematica specifica e nel quale anche la destra, appoggiata dagli Stati Uniti, ha fallito. Non è possibile misurare il successo di una politica soltanto con gli indici economici.  Perché, esclusa Cuba, l’America Latina ha gli indici di violenza più alti del mondo? Perché non c’è uno stato di diritto? Perché il narcotraffico in alcuni Paesi è una cisti maligna come l’Isis in Siria? Direi che in America Latina hanno sbagliato tutti”.

Ma a nostro avviso il “Che” non ha sbagliato: ed è così che vogliamo commemorare il cinquantenario della sua morte.

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